Mazinga è meglio del Prozac – undicesima puntata

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gennaio 29, 2014 di carlovanni

La mazzata vera è arrivata da Remì in poi. Vi ricordate, che spiegavo come “Ufo Robot Grendizer”, poi meglio conosciuto come “Goldrake”, fosse stato acquistato dalla televisione francese, in origine? Ecco; questo ha dato la stura ad un rapporto clientelare in cui i nostri tristi cugini d’oltralpe hanno commissionato ai nipponici la riduzione in cartoon delle proprie storie. E la prima cosa che è venuta loro in mente, parlando di belle storie da raccontare, è stato il simpatico scrittore Hector Malot (1830 – 1907), autore di una serie piuttosto lunga di racconti e romanzi uno più triste dell’altro, il cui apparente scopo era, si direbbe, devastare il morale dei francesi durante l’arco tutto delle Guerre Napoleoniche: agente al soldo degli inglesi? Può essere. Nessuno capisce come mai, ma per qualche contorto motivo questo bel serbatoio di angoscia allo stato puro è stato successivamente ritenuto materiale idoneo all’intrattenimento dei più giovani (forse, per combattere la diffusione dell’edonismo dell’epoca…me l’immagino, che edonismo potesse mai esserci a fine anni ‘70…).

Comunque sia, a noi sono arrivate ben due perle, di tutto questo fantastico repertorio: “Remì” e “Peline”. E per fortuna, solo due. Ce n’è già abbastanza così, per far balzare in avanti il fatturato della vendita del Prozac per almeno dieci anni.

Remì (ma il vero titolo, molto illuminante, è “Senza famiglia”…!!!”), è un simpatico frugoletto nato Richard Milligan, a Londra, in una famiglia piuttosto agiata. Il simpatico zietto lo fa rapire per rimanere unico erede delle fortune di casa e, per stare sul sicuro, lo fa abbandonare in Francia.

Che superficialità…considerata la capacità di questi orfani da melodramma di ritrovare la strada di casa, simile a quella dei gatti abbandonati nei servizi di “Verissimo”, doveva come minimo piantargli un paletto nel cuore, staccargli la testa dal collo e riempirgli la bocca d’aglio; ma si sa, i cattivi, se non combinano queste cagate non sono contenti.

Tornando a noi; per fortuna, il piccolo viene trovato da un tale signor Barberin, il quale, animato da vera e lungimirante pietà cristiana, lo prende con sé per crescerlo come figlio proprio, avendo bisogno di manodopera a basso costo nel suo mestiere di muratore. Sfortuna vuole che, non appena il bambino arriva all’età giusta per essere produttivo (per un muratore; se cuciva palloni, 5 anni bastavano e avanzavano), il povero Barberin si spacca una gamba. La miseria incombe e, si sa, non c’è niente di meglio che vendere un figlio o due, in questi casi; nel caso in questione, c’è un simpatico ambulante di nome Vitali che, guarda un po’, per pura combinazione passava di lì e, guarda un po’, sempre per pura combinazione, eh! E’ interessato all’affare.

Detto, fatto.

Il gentile Signor Vitali ha una qualche sospetta somiglianza col nonno di Heidi, a parer mio. Uomo di dimensioni spropositate, che nasconde sotto sopracciglia cespugliose e bianche un piglio omicida che neanche Barbablù, ogni volta che i gendarmi lo vedono è festa grande (lo trattengono volentieri, infatti, e non lo vogliono mollare). Se oggigiorno vedeste uno così vicino ai vostri figli, gli sparereste, così, sulla fiducia. Invece, nell’economia del cartone, le mamme facevano il tifo per lui, pover’uomo. Uomo gentile e caritatevole, tra l’altro; infatti, Remì entra a far parte a pieno titolo della sua piccola famiglia fin da subito, e verrà trattato con grande equità. E cioè, esattamente come i cani Capi, Zerbino, Dolce e come la scimmietta Jolie Coeur: nutrito ad avanzi raccattati nei bidoni, e di pane bagnato, quando c’è. E grasso che cola se è bagnato con l’acqua. In breve, sarà indistinguibile dagli altri membri storici del gruppo; vale a dire, gli verranno l’orticaria, la rogna, le pulci e le croste – ma che vuoi che sia, una vita così spensierata e allegra, presi a calci dai passanti e zitti a suonare l’organetto, vale bene qualche sacrificio!!!

Tra l’altro: non ne sono sicuro, dovrei controllare meglio la cronologia degli eventi; ma penso che Remì sia il primo responsabile della diffusione del fenomeno dei Punkabbestia.

Comunque sia; il simpatico e indifeso Vitali, per difendere un cagnolino preso a calci (si fosse trattato di Remì, avrebbe chiuso un occhio; per il cane, ne chiude due…al gendarme) viene sbattuto in carcere, e il giovane vagabondo si ritrova a far carriera dall’oggi al domani al comando della pattuglia di mendicanti.

Una volta scarcerato, in compenso, il vecchio avrà la decenza di morire assiderato assieme a gran parte della sua truppa. Ottimo per Remigio, che, colpo di scena! Viene subitaneamente e sostanzialmente adottato dalla deliziosa famiglia Acquin…che subito viene colpita da una crisi economica funesta. Roba da mangiarsi il sapone a tocchi, quando ce n’è, condito con gli stracci vecchi di casa a mo’ di companatico.

Mai, mai fare l’errore di adottare il protagonista di un serial strappalacrime; solo scendere in cantina per vedere “cos’era quel rumore?” è una mossa più stupida. Ma non di molto.

A questo punto, ovviamente, si sparge la voce: guai a chi tocca Remì, porta una sfiga allucinante.

Infatti, l’unico che da qui in poi se lo filerà è una specie di giovane criminale incallito minorenne di nome Mattia, che col pretesto di aiutarlo finirà per coinvolgerlo in una lunga serie di attività ai confini (dall’altra parte, però) del lecito; ne seguiranno anni di peripezie, alla fine delle quali i due, ormai diventati praticamente una coppia di fatto, dopo aver prosciugato la fortuna altrui per mezz’Europa si sistemeranno comodamente; e se pensate che un lieto fine ripaghi di secoli di sfighe, ebbene, accomodatevi, io sono di un’altra scuola!!!

Non contenti di ciò, i maghi nipponici hanno pensato pure di regalarci (nel 2008, in Italia) una nuova e successiva versione, di questo strazio: “Dolce piccola Remì”, stavolta col protagonista improvvisamente mutato di sesso, per accalappiare anche quel segmento specifico di spettatori. Per fortuna, il pubblico ha decretato che “Dolce piccola Remì” era una cagata pazzesca, altrimenti avremmo avuto una seria recrudescenza di questa marea di angoscia dilagante.

D’altronde, visto che Remì aveva riscosso un tale successo, perché non provare a bissarlo riducendo un’altra tristissima, depressiva opera di Hector Malot?

Detto, fatto: ecco a noi, quindi, disgraziatamente, “Peline Story”, che fin dalle prime note della sigla faceva agevolmente presagire una sfiga di proporzioni colossali. Eppure, nonostante fossimo preparati ad un certo grado di sconcio, la vera portata del problema ci fu rivelata solamente bevendo fino in fondo l’amaro calice; per la cronaca, la bellezza di 53 sanguinosi episodi nei quali, nonostante non succeda praticamente niente (sì, niente che valga la pena di essere ricordato, perlomeno), capita veramente di tutto.

Alla base della storia, la parte che non vediamo, c’è già un problema discreto: il figlio di un imperatore del cotone preferisce sposare chi pare a lui anziché fare quello che va fatto per il buon nome della famiglia, e, ovviamente, siccome i figli so’ piezz’ e core, il papà lo sbatte fuori di casa, lui, la sua adorata nuova mogliettina e tutti i loro straccetti. Loro, giusto per rendersi la vita facile, traslocano in India, Paese notoriamente bello e gradevole, per chi non ha il becco di un quattrino; difatti, dodici anni dopo, prendono su baracca e burattini (Edmond Paindavoine, il padre; Mary Doressany, la madre; Peline, adolescente smunta e forse anche un po’ lenta di comprendonio; Palikare, l’asino, il più furbo della compagnia, mortificato dal doversene stare tra le stanghe del carretto) e, con grande orgoglio, decidono di tornare in Francia strisciando, per baciare le terga al vecchio despota.

Ma guarda il caso, a volte: Edmond Paindavoine tira le cuoia. Poi, non in un posto civile: in un paesino sperduto della Bosnia, e grasso che cola se ne tirano fuori le gambe ancora unite, per non dire di peggio, le due povere diseredate. Ma per fortuna, la carità umana non conosce limiti: difatti, le cacciano a scarpate dal villaggio, e via che si va.

Uno direbbe: vabbè, che ci vuole? Bosnia, l’Italia è alle porte, poi c’è subito la gloriosa Francia…quante palle, se ve la siete fatta a piedi fino dall’India…

Se pensate così, è perché non avete ancora compreso il genio di Hector Malot.

Dalla Bosnia alla Francia, fanno in tempo a crepare il padre, la madre, e pure l’asino (no, in realtà viene venduto, assieme al carretto e a tutte le masserizie; ma così, rende meglio l’idea, no?); non solo, ma Peline viene anche a sapere che il vecchio nonno, quello con gli sghéi, a lei l’avrebbe accolta a braccia aperte. Ergo: invece di farsi ‘sto po’ po’ di culo, poteva chiedere al progenitore che le mandassero una carrozza. Erano i genitori, che non erano bene accetti!!!

Morale: gli ultimi 150 kilometri (più duri, hanno la K), se li fa a piedi, finchè durano le scarpe; poi via via sui gomiti e sulle chiappe…

…fino alla ridente Maroucourt, nella quale il vecchio, tenero nonno…un barracuda in forma umana chiamato “Vulfran” (credo che a volte lo indichino pure come “Il Vulfran”, come in “scappate, arriva il Vulfran!!!”) esercita la giustizia alta e quella bassa, il taglio del bosco e lo jus primae noctis, essendo il padrone dell’unica fonte di reddito della zona.

Peline, che deve avere preso una vena di cretinismo dai genitori, non si palesa al nonno, ma bensì si fa assumere sotto mentite spoglie (“Aulerie”, il nom de plume) per svolgere mansioni da schiava.

Nel frattempo, il povero nonno apprende la notizia della morte del figlio prediletto; e lui, povero cieco, si dispera, e cade in depressione.

Vecchio bastardo…potevi pensarci prima di cacciarlo fuori di casa, no?

Poi…

Ho letto sul WEB la trama di questo sfigatissimo cartone animato, che più o meno fa così: il feroce Vulfran (“Il Feroce Vulfran”) si accorge di avere sviluppato un profondo affetto per la ragazzina. Si fa operare agli occhi e, dopo aver riacquistato la vista, riconosce in lei le fattezze del figlio scomparso, la abbraccia e tutto finisce a tarallucci e vino.

Io, al contrario, me la ricordo così:

La ragazzina fa un lavoro talmente di merda che non tarda ad ammalarsi, e a perdere la vista; ma anche da cieca, le tocca lavorare lo stesso. Alla fine, il nonno sì la riconoscerà, ma subito prima di morire; lasciandola sola, e cieca, nelle mani del CdA dell’Azienda. Che, immagino, non tarderà a farne polpette.

Ora, io non metto in dubbio l’ufficialità della trama che ho letto. Ci mancherebbe altro. Però, il solo fatto che la ricordi in tutt’altra maniera significa che deve avere impresso un profondo segno – decisamente, in negativo – nella mia povera mente di bimbo. E se l’ha fatto con me, può essere successo molte altre volte.
Ergo; il mio sospetto, circa la dannosità di questi cartoni, è confermato.

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