Sindromi a caso e trallallà.

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gennaio 23, 2018 di carlovanni

Forse non è mai esistito, il mondo semplice e funzionante che noi spesso rimpiangiamo. Anzi, sicuramente è così. Un mondo in cui ogni cosa che ti facevi, dall’influenza alla sifilide al taglio con la zappa arrugginita, la curavi con la penicillina non era un mondo necessariamente funzionante. Era solo meno complicato. Se ti andava bene morivi senza soffrire. Se ti andava ancora meglio, sopravvivevi per soffrire ancora e nel mentre potevi guardare qualche serie TV – all’epoca poche – in più. Poi sono arrivati un sacco di vaccini, Netflix, i social, le perversioni sessuali obbligatorie sennò non si gode, le patologie alimentari di moda e tanto altro e, insomma, oggi se dici che ti piace la torta di mele capace che ti attaccano al braccio una stella gialla e sono cazzi tuoi quando passa il camion. Quindi, sì. Quindi, no. Non so se funzionava meglio. Certo è che la complessità l’abbiamo gestita proprio male, eh.

Soprattutto, abbiamo creato tutta una serie di problemi per il semplice fatto che abbiamo cominciato a catalogarli, minuziosamente, pedissequamente, ossessivamente, invasivamente come problemi. Abbiamo loro dato la dignità di sindromi e abbiamo messo in vendita la relativa cura, da applicarsi a suon di pareri espressi da appositi personcini con appositi titolini di studiolino e iscrizione ad appositi albini, il tutto per un giro di commesse, di pezzi di carta, di paraculaggini varie che frutta ogni giorno all’intera baracca fior di soldoni e ad ogni passo rischia di sommergerci tutti in un diluvio di parole che, prese per come sono, in realtà non significano un cazzo.

Ma che costano molto care a chi viene descritto da esse.

Quando ero piccolo io, nella mia classe, secondo le attuali definizioni – 13 alunni – avremmo avuto: un autistico grave, cinque catatonici, sette affetti da ADHD, sei Asperger, undici analfabeti funzionali, dodici discalculi, undici dislessici gravi. Nella realtà, a voler essere pratici, l’autistico grave resterebbe tale, e i restanti dodici sarebbero oggi considerati persone molto normali, al netto di due deficienti che erano e sono rimasti tali; non inquadrabili sotto il profilo delle varie definizioni delle patologie, ma proprio insomma deficienti, non stiamo a misurare il QI.

Per questi ragazzini rompicoglioni, in molti Paesi del mondo il problema delle tante insegnanti di sostegno, che si moltiplicano come le carte bollate, diventa sicuramente più gestibile allorquando prendi il cinno e lo bombi come una zucca di Ritalin o simili; pratica molto nota anche da noi in Italia, dove in molti asili – primo tra tutti il moderno, per l’epoca, ONMI –  alle normalissime sberle che fioccavano era affiancato anche il calmino chimico, bromuro e via andare. Oggi siamo molto più moderni di così. Non è che dici: il cinno è un rompicoglioni e sarebbe meglio che i suoi gli dessero due sberle secche sul muso. No, i bambini non si devono mai toccare. Drogare, va bene, sgridare, sculacciare, no, guai. Allora, cosa fai: prendi il cinno che non ha voglia di fare un cazzo e che non sta fermo un attimo sul banco di scuola, a sei, otto, dieci anni, e lo timbri come il Parmigiano: ADHD. Quello che non legge, lo certifichi: dislessico. Quello che non sa di matematica, è discalculo. Mica dice che un bambino di sei, otto, dieci anni se non ha voglia di stare fermo per sei ore ad ascoltare delle stronzate aberranti è perfettamente normale, è normale se non sa leggere e non ha voglia di leggere cose difficili e sciape, è normale se non vuole mettersi lì a sommare dei numeri uno dopo l’altro tra una parentesi e l’altra lettere virgole segni alieni. Non solo è normale: è sanissimo. A quell’età, e tolgo la tara dei mezzi elettronici, per lui è interessante una lucertola, le mutande sporche, tirarsi le zolle, la rana morta, la crosta della caduta, Darth Vader, giocare alla mignotta come la mamma o al cornuto come il papà, e via così. Questo, è normale.

Diciamolo forte. Il bambino normale è quello che sogna in classe e che non ha voglia di stare lì e a casa preferirebbe due cinghiate piuttosto che fare i compiti. I nostri figli, bravi, coscienziosi, operosi, nono sono normali. Sono già degli operai. Sono già degli ingranaggi. Abbiamo il fegato di dirlo. La patologia, ce l’hanno loro.

Mio figlio è stato proposto per una bella laurea in ADHD all’asilo – ho declinato tanto onore, non sum dignus – e per un bell’Asperger alle elementari; adesso aspetto cosa diranno alle medie, visto che ieri ha fatto per la prima volta il dito medio a un compagno. Al momento, per questo non ha preso nessun farmaco: ha preso una nota e del cretino, e poi ancora del cretino perché per ore mi ha mentito sul fatto che veramente l’avesse fatto, nonostante gli avessi a più riprese detto che non lo avrei nemmeno biasimato per il gesto. Figlio mio, mi tocca fare il genitore e non posso mica certo raccontarti cosa facevo io alla tua età, capiscimi.

Viviamo in un mondo in cui non ci sono più stronzi, ma narcisisti. Non più zoccole, ma abbandoniche. In un mondo in cui se hai male a tutti i muscoli ti dicono che hai la fibromialgia – che vuol dire che hai male ai muscoli; se sei sempre stanco hai la sindrome da stanchezza cronica. Se sei triste hai la depressione, se sei teso, impaurito, non ce la fai più sei depresso ansioso, e se vai in ansia hai gli attacchi di panico. Il che porta tutto il mondo ad essere certificabile e farmaceuticabile e sottoponibile a complesse cure di ricostruzione personale a partire da una patologia che forse c’è, forse no; ma se prendi uno e gli dici, caro mio, non è che sei sempre stanco, è che non hai un motivo per vivere, sembra strano. No; deve intervenire il Life Designer, il Mental Reconstructor, l’analista freudiano che ti dice che devi chiavare tua madre per essere realizzato. Poi fanno gli spiritosi sui coach. Beh, io sono un coach da una vita. Da prima che diventasse una moda e che fossi certificato tale. Del genere che ti dice, stai male perché fai una vita di merda, non ti godi niente e sei troppo vigliacco per dirtelo, e invece non esci di qui se prima almeno non lo ammetti. Sono i consigli della nonna: bravi, facevate meglio ad ascoltarla, lei ne sapeva.

Finiamola con questa storia che vi fate classificare come malati di qualcosa. Non vi rende niente. Sì, magari alle feste fa una grande impressione, ma poi nel mondo reale non serve mica tanto. Se hai la sindrome da stanchezza cronica vedi se ce l’hai anche quando giochi a biliardino con gli amici. Se hai la fibromialgia e con un antidepressivo ti si attenua fatti due domande. Se hai l’artrosi alle mani, il surrene guasto e gli attacchi di panico, cambi lavoro e ti passa tutto non sei nevrotico, sei uno che doveva cambiare lavoro. Se non riesci più a fare sesso con tua moglie prima di farti dire che hai disfunzioni erettili prova a vedere se riesci con una che ti piace di più.

Prova. Non è mica vero che tutti possiamo fare tutto. Ma magari qualcosa in più del copione che ci siamo fatti assegnare qualcosina si riesce, dai.

 

 

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