Ama il tuo nemico

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aprile 26, 2013 di carlovanni

Ho sempre sostenuto che i grandi statisti, quelli veramente leggendari, non cadessero improvvisamente dal cielo, ma che dietro i loro successi storici più che la fortuna di ricevere dalla Provvidenza una specie di superpotere ci fossero decenni di lavoro, di raffinata intelligenza politica, di capacità di orientare il consenso, di manipolare, di leggere la situazione e di nuotarci in mezzo.

I miei esempi di sempre sono Gandhi e Madre Teresa, naturalmente; probabilmente c’è qualcosa di più del puro caso se entrambi sono stati espressi dall’India, ma non li ho scelti per tale motivo consapevolmente.

Li ho scelti perchè sono da sempre considerati una specie di razza a sè, angeli a piede libero sulla Terra capaci di fare miracoli inarrivabili agli altri.

A me piace soprattutto discutere del come senza acume politico e capacità di gestione del prossimo non sarebbero arrivati da nessuna parte. Il che, lungi dallo sminuire la portata dei loro risultati, credo invece la amplifichi, mettendola in fondo alla portata di tanti, senza relegarla in qualche regno dell’iperuranio che è poi la grande scusa dei mediocri e dei paurosi per non fare niente: “Eh, ma lui era speciale”.

Ho finito di leggere da poco uno spaccato biografico su di un altro gigante che, per qualche motivo (forse non è indiano? Mah!) non mi ero mai particolarmente filato, Mandela.

Il libro si intitola “Ama il tuo nemico”, autore, John Carlin, e si concentra in maniera speciale su di una storia già narrata (e poi neppure in maniera incredibile) da quell’astuto acquirente di storie fichissime che è Clint Eastwood: la finale dei mondiali di rugby del 1995, soggetto del film “Invictus”, per i cinefili. 

Consiglio la lettura di questo libro per diversi motivi.

Il primo può ben essere un minimo di informazione sulla situazione del Sudafrica dell’Apartheid.

Siccome il Sudafrica è molto lontano, di questa strana cosa dei neri tenuti a prendere autobus diversi da quelli dei bianchi può essere che a molti di noi sia fregato diciamo il giusto (poco), anche se si verificava in tempi attuali; molto più fico parlare invece delle lotte degli indiani d’America, o della schiavitù del Tennessee di Faulkner, salvo poi imprecare al terrone che ci ruba il lavoro. Il razzismo ha questa cosa straordinaria, che anche quando abbassa la testa fa sì che chi lo porta in spalla nega  a se stesso di farlo, è un marciume estremamente mimetico.

Ho amici che sono vissuti in Sudafrica, bravissimi ragazzi, che non trovavano affatto strano chiamare “cafri” i neri; in realtà era una cosa un po’ affettuosa, forse per via dei capelli crespi? E poi i negretti sono un po’ incivili e bisogna custodirli con cura, loro non sono tanto capaci di gestirsi. Il che rispecchia molto quello che pensava mio nonno dopo le Guerre d’Africa, con la differenza che il suo mondo era antropologicamente distante anni luce (senza contare che lui era sardo, e quindi un po’ nero anche lui).

Ecco, leggendo questo libro si può assorbire un po’ di storia del Sudafrica senza perdersi follemente in mille rivoli, ma al contempo senza trattare la cosa in modo superficiale. L’autore è bianco e britannico, e quando osserva che i neri sudafricani hanno dato prova di intelligenza, capacità e umanità superiori a quelle dei loro rivali politici sul territorio, bisogna fare un attimo di mente locale e convenire che, sì, non c’è alcun dubbio.

Il secondo motivo è che è una storia certamente emozionante, molto più della media, e la consiglio anche a chi non ama il rugby (io sono un maschio etero anche se scarso di testosterone, e tuttavia ora che l’Italia un po’ vince mi interessa il rugby tanto come quando perdeva; cioè, zero).

Terzo e più importante, che è poi quello per me fondamentale, è la scoperta del prigioniero politico Mandela, che diventa Presidente, poi Nobel per la pace, poi inarrivabile statista e poi leggenda vivente in virtù di due fondamentali caratteristiche: coraggio, e capacità di manipolazione del prossimo.

Ho proprio scritto “capacità di manipolazione”, sì.

Credo che quando sei un negro che dorme per terra avvolto in uno straccetto sbrindellato, in una cella grande come un gabinetto, e mangi una pappa che non sostenterebbe un gatto, quando sei alla mercè di cristoni investiti dell’autorità di farti secco a randellate se gli rivolgi anche solo un’occhiata di traverso, questa capacità diventi importante.

E allora Mandela, l’avvocato, il propugnatore della lotta armata al potere bianco degli Afrikaaners, allora si mette quieto e comincia a riflettere. Cosa posso fare, da qui? A parte il simbolo; ma il martire, non lo voglio fare.

E allora studia l’Afrikaan, e rivolge la parola ai suoi carcerieri nella lingua che amano, in segno di rispetto. E loro lo capiscono e lo apprezzano. E poi capisce che il rugby è parte enorme della loro identità, e se ne serve; prima lo toglie loro, col boicottaggio sul piano internazionale, poi lo restituisce, guadagnandosi il loro rispetto.

 

Mandela dà e Mandela toglie; si lavora l’avversario cercando e, soprattutto, fornendo sempre rispetto, nonostante oltre due decenni passati in galera, e dovete immaginare la rabbia che cova appena sotto pelle. E il modo che scopre per ottenere quello che vuole è: essere aperti al dialogo, dimostrare rispetto e comprensione, donare.

Non stiamo parlando di uno sprovveduto, di un Figlio dei Fiori.

Mandela va allo stadio con 20 guardie del corpo e 5 macchine blindate. I servizi segreti non hanno mai avuto tanto da lavorare. E’ un rischio enorme quello che si assume, tutto è legato a un filo; tuttavia, coprendosi le spalle e dimostrando di saper cedere, di saper dialogare, egli ottiene tutto quello che vuole, sempre, e anche molto di più.

Vedete quale è in pratica la sua strategia?

Come Teresa di Calcutta, come Gandhi, egli sposa il coraggio di fare il primo passo, l’assunzione del rischio, al carisma personale, alla comprensione, alla generosità; sempre a partire da una analisi, da un piano ben preciso. Ma i suoi modi sono sempre corretti; la cordialità, il rispetto, l’interesse, la simpatia, la gentilezza. Fermissime le intenzioni, adamantina la memoria, i modi sono deliziosi. 

L’altro giorno ho tolto un libro da uno scaffale e me ne sono caduti in faccia 6; mi chino a raccoglierli bestemmiando, e mi capita tra le mani “Antiche come le montagne”, l’autobiografia di Gandhi, che avevo del tutto dimenticato di possedere. Apro a caso; e leggo:

<< Si dice: “I mezzi in fin dei conti sono mezzi”. Io vorrei dire: “I mezzi in fin dei conti sono tutto”. Quali i mezzi, tale il fine. Non vi è muro di separazione tra mezzi e fine. >>

Non so a voi; a me sembra del tutto evidente.

Immaginate vostro padre mentre, per insegnarvi a rispettare i diritti civili, vi carica di cazzotti come a un somaro. La lezione la imparate, non c’è dubbio. Ne imparate anche altre: che le botte sono utili; che se lo scolaro crepa, almeno crepa saggio; che è buna cosa menare qualcuno per insegnargli che non si deve menare. Immagino che quando il padre anziano si piscerà addosso si potrà ben insegnargli a correre in bagno pestandolo ferocemente; dopotutto, il metodo lo ha stabilito lui.

Questi personaggi, lungi dall’essere ingenui, o bonari, o piacioni, hanno capito alla perfezione che quando vuoi ottenere un risultato rispetto e collaborazione reciproca sono le armi fondamentali. Nash sarebbe d’accordo: ci è uscito scemo, per dimostrare che la competizione è una idiozia, che i risultati vengono ottenuti cooperando, le sue formule matematiche sono lì, inalterabili, a dimostrarlo (film: “A beautiful mind”, se vi pare).

Adesso ditemi che differenza c’è tra le due impostazioni.

Diciamo che siete un gruppo che vuole ottenere delle concessioni da un altro gruppo, evidentemente più forte, con più mezzi e più radicamento nel territorio.

Impostazione A: “Siete tutti morti, siete dei ladri, siete cadaveri, dovete morire, andate via, e morite di fame, ladri, ladri e stronzi, farabutti, siete degli zombi!”

Impostazione B: “Siamo pronti ad appoggiarvi sulle riforme per le quali ci siamo spesi in campagna elettorale perchè le riteniamo importanti, e vi sosterremo su queste, purchè veniate a un tavolo aperti a ragionare su quelle che voi finora non avete considerato e ne studiamo insieme la fattibilità. Noi siamo qui e siamo disponibili”.

Voi quale dei due accettereste?

Se uno vi suona al campanello e vi dice “Stronzo, ridammi il pallone, vieni giù che ti faccio il culo!”, oppure, “Ho visto che hai preso il mio pallone, ma nessuno adesso riesce a giocare, e nemmeno tu; ne parliamo davanti a una pizza?”, in quale dei due casi, a torto o a ragione, pensate di poter discutere?

 

Fate voi.

 

 

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