Morte di un commesso Kuruboa.

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luglio 4, 2017 di carlovanni

Mi ha sempre fatto specie quando muore uno famoso, lo osannano e c’è sempre la sedicente voce fuori dal coro che “In realtà era uno stronzo, sapete”. E’ l’esatto doppio speculare di quando muore uno stronzo e c’è la beghina che immancabilmente sentenzia che era una così brava persona.

In effetti, l’unica cosa che sappiamo per certo è che è morto uno, probabilmente un essere umano, composto in parti variabili nei giorni e negli anni di brava persona e di stronzo.

Paolo Villaggio non era stronzo. Era Kuruboa, come gli spiega Zeudy Araya Venerdì perché non se l’era voluta scopare a vita sull’isola (che poi era la Sardegna). O forse dice Kurumba, ma chi se ne frega, precisini del cazzo. 

Il Kuruboa è quell’ometto intelligentissimo e totalmente integrato e schiavo del suo mondo che non riesce a ottenere mai un colpo d’ala, nemmeno quando parte dal superattico. Perché è intriso di monnezza dentro. Una monnezza atavica, che anche nel pieno momento della magia, del successo, lo trascina in basso; una frase fuori luogo, una azione meschina, un piccolo, stupido, banale atto di vigliaccheria, fanno di lui il giusto zerbino per quelli che invece, loro, c’hanno la Hybrys.

Ecco; il Kuruboa, la Hybrys non ce l’ha. Capita di tanto in tanto che essa abbia lui, ma non per possederlo: al massimo, per fotterlo durissimamente.

Villaggio, tutti i personaggi che portava sugli schermi e sui palchi erano dentro di lui; in realtà, non fu mai un grande attore nel senso di grande camaleonte, grande versipelle. No; lui portava in scena l’uomo smidollato di tutte le epoche, smidollato che il potere ce l’abbia, oppure no. Perché la grandezza gli è irraggiungibile: è troppo seppellita in profondità tra paure ataviche, disistima di se stesso, sfiducia negli altri, terrore che non ci sia niente al di fuori di noi e terrore che alla fine ci sia e ci aspetti un giudizio nel quale verremo sputtanati per quanto siamo stati meschini e inutili.

Ecco; come già altri mattatori prima di lui, primo tra tutti Sordi, Villaggio risulta fastidioso, sgradevole, volgare. Perché è un guitto che si vende, sempre uguale a se stesso, sempre per pochi spiccioli, che tira la risataccia grossa del dopolavoro ferroviario e della birra, una comicità di cui presto si perdono le parti fini e restano le scorregge, i rutti, i cazzi, i culi, le stanche ripetizioni fini a tirare l’assegno per mettere a posto panza e coscienza.

E peggio che mai, molto peggio di tutti gli altri, Villaggio interpreta se stesso varie volte: il suo mettersi alla berlina è continuo, nella finzione come pure nella realtà, che diventa dopo poco finzione pure questa; è un personaggio schivo chiamato a calcare le scene per sempre e a riprodurre l’amarezza che si porta dentro e le piccinerie per far ridere gli altri, solo che lui dopo un po’ smette di ridere e diventa scostante e sgarbato. Nella sua intelligenza di topo grigio delle calli ci vorrebbe qualcuno, qualche diseredato snob come lui, che lo lava con la canna da tutta la merda che ha addosso: ne trova pochi, perché ce ne sono pochi. E quindi annega pian pianino nel mare delle sue umanità.

Francamente penso che la discussione se era una brava persona o uno stronzo, che poi è il Kuruboa, ma la definizione esotica è meglio dettagliata, sia del tutto inutile. Ironia della sorte, a Villaggio non è nemmeno toccato in sorte di essere una persona vera; troppo persona pubblica perché gli fosse concesso questo lusso. Giusto ai familiari, a pochi veri amici, e poi anche questi avranno dovuto fare i conti con uno che a volte si sarà vantato, a volte lagnato, di essere costretto a vivere un personaggio in eterno.

Io per quanto mi riguarda mi sono molto goduto molte ore di Villaggio con addosso le sue maschere. E posso dire la cosa per la quale mi ricorderò sempre di lui: mi ha fatto ridere sputtanando le mie stesse miserie e banalità, con banale, comprensibilissima ferocia. E per questo gli vorrò sempre bene.

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