Vecchio scemo negro.

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maggio 25, 2017 di carlovanni

Quando sbuco dall’angolo Esselunga Viale Timavo, sempre che non mi uccida il muro di gas di scarico della circonvallazione, me lo trovo sempre lì; ogni mattino, puntuale.

Io ogni mattina parcheggio a quel chilometro, chilometro e trecento di distanza da dove lavoro, e non voglio dire che lo faccio perché sono un virtuoso che vuole fare moto: no, è il posto più vicino in cui non trovo le strisce blu. E insomma, prima di tentare l’attraversamento di una strada che sembra di essere a Calcutta per percorrenza e puzza un bel mattino me lo trovo lì, piovuto dal nulla: vestito alla sanfasò, evidentemente alterato, borbotta impreca piagnucola digrigna i denti, la faccia corrugata; ce l’ha evidentemente a morte con qualcuno.

Non ce l’avrà mica con me? mi chiedo sempre, in questi casi; un po’ perché come tutti i rincoglioniti penso a volte che l’intero mondo si riferisca a me, un po’ perché, insomma, un po’ di paranoia mi ha portato fin qui, tanto vale coltivarla. Ma, no; ce l’ha evidentemente con tutti e con nessuno. Uno dei miei doni è quello che io chiamo La Pentecoste: non capisco un cazzo della lingua che parli, ma intendo benissimo, al millimetro, quello che stai dicendo. Al contrario, a volte mi trovo a parlare con persone che usano la mia stessa lingua – non fisicamente, sì, insomma, ci siamo capiti – e non ci si intende proprio. Vabbè. Per quanto ne so, sta farfugliando in igbo, in yoruba, in wolof, con qualche pezzetto di inglese in mezzo, francese, tedesco e la gestualità non ancora italiana del tutto ma ci siamo quasi che denota un po’ di militanza sui nostri marciapiedi. In sostanza: la lingua dei matti, che tutti in realtà ci sorprendiamo – e ci spaventiamo – nell’accorgerci che a volte la capiamo perfettamente.

Non so con che parole, insomma, ma è evidentemente disperato; qualcuno, qualcosa lo opprime, gli ha portato via cose, cosa, tutto, persone, e incolpa la gente che passa, stringe i pugni, torna sui suoi passi, mi guarda, ride, ghigna, si incazza, io tiro drittissimo col mio passo da lunga marcia di Bachman – King, te saluto. Pensavo ce l’avesse con me ma, no, è evidentemente scemo, poveretto. E ho pensato: cazzo, potremmo esportarli, e invece facciamo l’importazione. E tra l’altro nessuno mi toglie dalla testa che questo quando è arrivato era solo un vecchio, che poi neanche tanto; poi dopo qualche minuto era un vecchio negro, e dopo un po’ a furia di mazzate, scemo, ce lo abbiamo fatto diventare. Di qui l’incazzatura.

Insomma, passano i mesi. Cambiano le stagioni. Il vecchio scemo negro prende l’acqua, il sole, il vento, ogni mattina è lì. Quando non c’è un po’ mi preoccupo; potrebbe essere dentro, a scaldarsi nell’atrio dell’Esselunga ma, no, quello spazio è occupato in pianta stabile dalle badanti ucraine sedute sulle panchine come se fosse il loro giardino, e mi sa che lui non lega tanto.

Passa il tempo, e spunta una vecchia bici spampanata. Poi sulla bici ciccia uno zainetto di Wolwerine. Poi, un borsone sul portapacchi dietro al sellino.

La gente che passa, vedendosi investita di maledizioni, di solito suona. O gira la testa. O fa il dito, il labiale è chiarissimo.

Poi, un giorno, uno mette la testa fuori dal finestrino e saluta, ciao ciaoooo!!!

Il vecchio negro scemo si congela un attimo, poi fa il gesto di rincorrere, poi si ferma, stringe i pugni, fa ciao, si gira, digrigna i denti. Cazzo vuoi, avrà pensato. Ma forse boh.

Insomma, passano ancora i mesi.

Il vecchio negro scemo è sempre lì.

Adesso ogni volta che giro l’angolo Esselunga Viale Timavo lo vedo che saluta le macchine e ogni tanto qualcuno lo saluta, se c’è bello e poco traffico qualcuno tira fuori la testa dal finestrino e dice proprio, ciaoooo!!! E lui risponde con la stessa lingua di prima, che forse si capisce ancora meno – se fosse possibile – però adesso non è più incazzato.

Ride, canta robe, gesticola in modo ancora non esattamente italiano ma insomma, pazienza, racconta qualcosa; ogni tanto entra all’Esselunga ed esce con qualcosa da mangiare, è vestito in maniera dignitosa, se piove si ripara, se c’è un sole troppo forte pure.

In tutto questo sono sicuro che ci sia una qualche morale, ma siccome questa non è una favola ve la trovate voi, io già ho fatto la fatica di scriverla, ‘sta storia.

 

P.S. – No, lo dico perché ormai sembra che lo sport nazionale sia fare le pulci agli altri. Avrei potuto usare vocaboli alternativi rispetto a negro. Ma è una espressione nota e nella nostra testa arriva così. Chi ci vede del razzismo, non è in me. E’ in lui.

 

 

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