Messaggio di Carlo Vanni alla Nazione

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gennaio 1, 2017 di carlovanni

Bbòni. TTate bbòni.

Avete sentito cosa ha detto Mattarella, no? Se sì, significa che avete un bell’impianto audio con una equalizzazione della madonna.Comunque c’è stato un passaggio molto interessante che è stato poi ripreso dalle principali testate e che penso sia più interessante dei discorsi sul lavoro, il terrorismo eccetera, tutte cose riguardo alle quali non ci potete proprio fare un cazzo: è quando ha detto che sarebbe buona cosa smetterla di usare l’odio come strumento di lotta politica.

E, sì.

Ora, che Mattarella non sia uno particolarmente rappresentativo, non rappresenterà un mistero per nessuno. Chi poi sia rappresentativo per voi, visto che non vi sta bene nessuno, è un altro discorso. Pertini, vi piace a tutti. Forse anche Sandokan, peccato sia un immigrato che ruba il lavoro ai pirati della Malesia italiani. In ogni caso, ha detto una cosa che non è esattamente una stronzata: i professionisti dell’opposizione a tutti i costi (mestiere facile e remunerativo) saltano su che è ora di smetterla di cercare di manipolare gli italiani, e così facendo manipolano gli italiani, che come al solito si lasceranno volentieri manipolare. Perché agli italiani piace. Hanno questa necessità di lasciare che gli altri dicano loro che sono pronti a guidarli che Mao se fosse stato da queste parti sarebbe morto di pura gioia nel giro di due anni. Hanno questa sindrome dell’uomo forte che nasconde un bisogno sessuale represso di sedersi sopra un piccolo cipresso puntuto, cosa che poi mascherano con ridicole affermazioni di omofobia per poi foraggiare generosamente i tramvoni, la cui offerta nelle nostre strade e appartamenti cresce molto più che non la meccatronica, segno che c’è richiesta.

La distanza italiana nei confronti di questa paura è parte integrante del nostro modo di comunicare: metterla al culo, attento all’inculata, fai l’uomo, sei proprio un frocio, ti comporti da checca, sei peggio di una donna, smettila finocchio, eccetera. Io vengo da quel retroterra culturale lì e ogni volta mi tocca fare mea culpa; non tanto per gli omosessuali presenti, delle cui inclinazioni (a 90°: visto? E’ più forte di noi) non mi frega un bel nulla, come di quelle di chiunque altro, quanto per la rozzezza, l’unidirezionalità del gergo. Abbiamo creato un nemico interno comodissimo, escludendo dal novero della civiltà tre quarti del sesso; dopodiché la risposta è arrivata sotto forma di fazioni contrarie e in continua rivolta. La prima guerra scattata, ora con milioni di morti sul terreno (i cervelli di chi partecipa) è quella che si aspettava da sempre: uomini contro donne. Le donne, hanno perso, nell’istante stesso in cui l’hanno dichiarata. Gli uomini, l’avevano persa prima ancora di cominciarla. Poi è stato un pullulare di conflitti: omo contro etero, padroni contro operai, lotta di classe, insegnanti contro allievi, occupati contro disoccupati, ricchi contro poveri, infine, come c’era da aspettarsi (sempre) poveri contro poveri.

A soffiare su queste braci trovare sempre i soliti, quelli famosi che Twain diceva che non ci avrebbero lasciati votare se fosse servito a qualcosa e invece per una volta si sbagliava di grosso, perché non potendo eliminare il voto lo hanno integrato nel sistema di far scagliare cani contro cani per poi passare alla cassa e raccogliere i resti. Quest’anno abbiamo visto dei bellissimi esempi di fomentazione della rabbia in chiave elettorale; da manuale, una manipolazione delle pance degli italiani degna di un ventennio che non si è mai allontanato troppo dal calendario. Ma il sistema, in fondo, è sempre lo stesso; prendono la vostra ignoranza, la vostra frustrazione, la vostra incapacità di prendervi responsabilità personali, la vostra avidità, la vostra paura e ve la servono con una passata di maionese sopra, che copre tutto, manco la riconoscete più. Tipo il vitel tonné, che cazzo c’è dentro, nove volte su dieci maiale e poi pure scadente.

Una cosa la potete fare, da subito: smettetela di essere incazzati. Non perché non ci siano tantissime ragioni per essere incazzati. Ma perché non risolve niente, e soprattutto perché lo usano a loro piacimento. Sapete già come funziona: la paura genera la rabbia, la rabbia conduce al Lato Oscuro, che poi come al solito è lì dove non batte il sole (e dàgli). Aprite gli occhi. Non fate i vigliacchi come al solito. Ci vuole più coraggio a smettere di essere incazzati che per qualsiasi altra cosa. E’ per questo che non ce la fate: è comodo, è pulito, è socialmente accettabile.

Allora, incazzatevi sul serio. Ribellatevi. Guardatevi allo specchio, che facce tirate, che canini scoperti, che facce di merda avete messo su, e un tempo eravate bellissimi, ve lo dicevano tutti i conoscenti delle vostre mamme. Ok, non era vero, ma non era vero nemmeno che avevate diritto a ottenere tutto, che c’è, credete a una cosa sì e a tre no? Siate coerenti un minimo.

Finitela con questo teatrino che non convince nessuno, e al quale non credete nemmeno voi. Gli immigrati migrano. I ricchi godono. I disoccupati meno. I ladri rubano. I terroristi terroristicano, e tutte le solite cose. Smettetela di essere incazzati, non è di nessuna utilità. Se le cose non vi stanno bene, cambiate quello che riuscite a cambiare. Primo passo, smettetela di essere incazzati. Secondo passo, evitate le situazioni che non vi piacciono. Terzo, fatevi il culo per costruire quelle in cui vi trovate a vostro agio. Può darsi che non ci riusciate. Ma ogni stilla di energia spesa in questa direzione sarà meglio spesa che non a stare incazzati. Lo so; c’è il rischio di fallire. Stare incazzati, è facile, non vi prendete nessuna responsabilità. Fallite, invece, sì, la responsabilità almeno in parte è di sicuro vostra. E allora? Tirate fuori la testa dal culo. Non è scende dio dalle nuvole e vi sgrida, se fallite. Fallite in ogni caso, per omissione o per azione. Se fallite, riprovate. Se fallite ancora, riprovate, di nuovo. Non è gustoso? E vabbé. Sai che novità. Meglio starsene a bofonchiare come tanti vecchi rincoglioniti, allora, chiaro. Giusto?

Finitela di guardare il panorama internazionale. Vi prendono per il culo, tutti quanti. Non raccontatemi che se fate lo scontrino poi fallite, per poi lagnarvi dell’evasione. Non rompete le balle col traffico, quando a scuole chiuse questo diminuisce del 90%. Non venitemi a dire che siete poveri quando fate la colazione al bar tutte le mattine. Non dite che la gente non si parla più quando non staccate mai gli occhi dai cazzi vostri legittimi ma sempre vostri e basta. Ogni tanto, alzate la testa, perdonate qualcuno, regalate un caffè, non obbedite a gente che dice di essere arrabbiata e povera come voi mentre fa le vacanze sul panfilo e spende in carta igienica quello che voi mettete assieme per il mutuo. E’ un’industria: più voi siete inetti, più vi lasciate coccolare nella vostra stronzaggine inutile, più si creano posti di lavoro. Per loro, però; come i sistemi piramidali. Portate un caffè caldo alla puttana. Salutate la vecchia. Smorzate una discussione. Ringraziate chi vi ha fatto la multa. Chiedete allo chef se non può cambiarvi il piatto freddo, invece di accoltellarlo su trip advisor. Non vi rendete neanche più conto di quanta parte dell’economia degli altri si basi su cattiveria, bava alla bocca, delazione, inculenza, stupidità, sospetto.

Uscite da questo club orripilante. Cominciate a usare le parole giuste. La vostra vita non fa “schifo”. E’ solo difficile. Le persone non vi fanno “vomitare”. Sono solo seccanti e deludenti. Il 2016 non è stato una merda. E’ stato un anno complesso. Non aspettatevi che il prossimo sia migliore. Prendete le cose come vengono. Preparatevi. Improvvisate, adattatevi, raggiungete lo scopo.

Svegliatevi un pezzettino, un pezzettino solo. Abbiate coraggio. Chiedete scusa. Perdonatevi. Rilassatevi. Fatevi una risata, perdio. Una volta ogni tanto.

Due trucchi per quest’anno appena varato.

Il primo: non incazzatevi se qualcuno non soddisfa le aspettative che avevate. Erano le vostre, di aspettative. Da nessuna parte c’è scritto che le aspettative debbano essere per forza soddisfatte. Altrimenti vorrei ridere, dovremmo vivere nel terrore di non soddisfare i pensieri mai espressi di 7 miliardi di teste bacate riguardo al nostro comportamento. Vista dall’altra parte fa una certa impressione, no? Quindi, quando gli altri si incazzano perché non avete soddisfatto le vostre, di aspettative, potete rilassarvi: è una coglionata. Fateglielo notare. Spiegatevi. Poi tirate dritto, se la pretesa continua.

Il secondo: siate grati delle cose che avete. Non è una cosa tipo “ringrazia che hai le braccia”, “pensa a quanti bambini nel mondo muoiono di fame”; pure quelli sono modi per manipolarvi. No; il concetto è, avete l’influenza, buttate un pensiero a che figata avere l’aspirina e il water con lo sciacquone. Vi sedete a tavola, gustatevi gli spaghetti, anche se sono banali. Siete disperati, telefonate a un amico, chattate con lui come vi pare e riuscite. Non riuscite a stare insieme tre ore: godetevi quel minuto e mezzo. In televisione non danno mai niente: però ce l’avete. Caricate un film e guardate quello. Non avete lavoro ma mangiate. La donna vi ha lasciato, ma ora siete liberi e ce l’avete avuta. Siete ignoranti, quindi con tutto da imparare. Siete deboli, potete solo migliorare. E’ un trucco. Certo. E’ obbligatorio. Dal momento che nella vostra vita vi concentrate e rimuginate solo su quello che non va, pensare a quello che va o che può andare farà affiorare per un attimo il vostro naso dal mare di merda in cui pensate di esservi cacciati. Magari sarà solo come martellarsi i coglioni nove volte anziché dieci. Ma se quella martellata fosse l’unica, apprezzereste la differenza.

E poi prendetevi meno sul serio. Lo faccio io, che mi rido addosso e mi fate ridere se pensate che queste siano perle di saggezza. Il banco della vendita è da un’altra parte, rivolgetevi a chi mercanteggia, magari vi piace essere spennati. Qui ci insultiamo e le spariamo grosse, e poi torniamo a farci una birra. State in piedi, state dritti come potete, e non fate le vittime. Non siete incazzati. Siete solo modaioli.

E ttate bbòni.

“Abbiamo parlato di frutta”.

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