La felicità è reale solo quando é condivisa?

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Mag 13, 2016 di carlovanni

La felicità è reale solo quando è condivisa? Questo è quanto affermava Tolstoj ne “La felicità familiare”, ma siamo proprio sicuri che sia così?

La felicità è reale solo quando è condivisa, scriveva Lev Tolstoj nel suo libro La felicità familiare; e proseguiva, Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? 

Tutto molto condivisibile; chi di noi presto o tardi, in misura maggiore o minore, non ha mai desiderato esattamente queste cose?

Tuttavia, é meglio stare molto attenti. Perché se ci poniamo questo obiettivo per misurare la nostra felicità rischiamo di rimediare cocenti delusioni.

Lev TolstojA parte il fatto che sul significato del concetto di felicità non possiamo essere certamente tutti d’accordo, eh: ciascuno ha i suoi gusti, per carità. Magari qualcuno é felice solo se é da solo. Ci sarà poi chi é felice solo quando pettina le scimmie, chi solo quando piove, quando va in motocicletta, quando vive in metropoli collassate di asfalto e aperitivi, quando va di corpo con un giornalino davanti, quando guarda le donne in pantaloncini che vanno in bicicletta. Saranno magari persone alle quali anche solo l’idea di vivere in campagna fa scoppiare immediatamente un rush cutaneo insostenibile. Gente che se non ha sotto di sé del solido ed affidabile asfalto si sente perduta. Poi magari cinici, misantropi, iperattivi, nerd ipertecnologici e chi più ne ha più ne metta; del resto, Tolstoj é abbastanza chiaro nel precisare che questa è la sua idea di felicità. Sua, e non di altri. Il fatto che sia stato preso ad esempio e spunto di riflessione per tanto tempo e da tante persone, acriticamente, fa un po’ paura.

Sognare i sogni degli altri non è mai, mai un grande affare. Come osservava saggiamente Sartrel’enfer, c’est les autres, l’inferno sono gli altri: per arrivare a maturare un pensiero ciascuno segue il proprio cammino che agli occhi degli altri potrà avere un significato del tutto diverso da quello originario, e apparire anche folle, insensato, disturbante. E per rendere coerente e vivo il sogno di qualcun altro é opportuno che noi si faccia lo stesso percorso, per non incorrere in rischi spiacevoli. Anzi: siccome é impossibile percorrere lo stesso cammino (non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume), il rischio sarà sempre in agguato.

Penso ad Alexander Supertramp, il ragazzo di cui si racconta la storia nell’amarissimo Into the Wild di Sean Penn che mi ha fatto tanto riflettere e, sì, anche incazzare discretamente. Come può un ragazzo finire con l’uccidersi abbandonando sistematicamente tutto quello che può dargli gioia, conforto, sicurezza? Come mai Alexander va in giro per l’America con questi passi di Tolstoj in tasca e finisce per intrappolarsi in una letale solitudine? La risposta é facile: confonde il sogno – quello di un altro – con la realtà, e finisce per non capire di non poter calcare le orme di Thoreau. Peccato: non sei Thoreau, sei Christopher Johnson McCandless. E dovresti aprire i tuoi occhi al tuo mondo.

supertrampMa torniamo a Tolstoj, la cui definizione di felicità mi spaventa non poco, nonostante sia composta interamente di cose molto semplici ed onorevoli.

Innanzitutto, cita a più riprese un concetto che si presta ad essere rapidamente ed interamente corrotto: utilità. E’ una parolina che ha provocato devastazioni nel nostro tempo e che usiamo per giustificare molte delle scelte più atroci che compiamo.

Per quanto il criterio di utilità sia di indubbio valore, esso certamente non rende conto di una marea di cose altrettanto – e forse più – importanti per noi. Tempo libero, ozio, amore, divertimento, poesia, arte, sono solo alcuni degli aspetti della nostra vita che presentano un bassissimo grado di utilità: o non ne presentano affatto. Sono molto contrario all’uso indiscriminato di questa categoria di pensiero. Trovo che la nostra vita non debba essere valutata secondo una scala di utilità; né dagli altri, né tanto meno da noi stessi. Il passo che porta dal non sentirsi particolarmente utili al non pensare di avere diritto di vivere, e soprattutto di vivere felicemente, è tragicamente breve, e troppe persone lo compiono. Sei vivo: goditela. Sii grato, se è nelle tue corde essere grato (a Qualcosa, a Qualcuno); altrimenti, considera con freddezza che fortuna è poterci essere, e quante cose da ciò derivano. Utilità? Bah. Ma ci torneremo su.

Poi – e brevemente, visto che mi sono dilungato abbastanza – due note sul discorso della felicità condivisa. Non solo Tolstoj pone alcune belle condizioni diremo così di ambiente: tranquillo, appartato, in campagna. Paletti mica da ridere. Roba che se arrivano tre vicini a fare un barbecue o gli tocca vivere in una zona residenziale, anche tranquilla, zacc, la felicità é già bella che fottuta.

Ma soprattutto, sento un brivido gelido lungo la schiena quando scrive: E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? 

Ecco. Questa, signori e signore, è la vera brevettata ricetta per il perfetto disastro: credere che la nostra felicità si debba basare sulla presenza, sulle azioni di un’altra persona che non siamo noi stessi.

woodsLa felicità è qualcosa che sentiamo. Che siamo. Che facciamo, che mettiamo in atto. E’ una capacità, né più né meno come l’andare in bicicletta, che ci deriva dalla costante consapevolezza di quello che stiamo vivendo; che stiamo vivendo noi. Il fatto che si confonda la sensazione con il soggetto che scatena la sensazione capisco possa essere apparentemente logico e certamente facile, ma é sbagliato. La felicità, per poterla condividere, prima bisogna averla. Sennò, cosa condividi?

Ma, oh, non credete a me. Io non sono mica Osho. Io sono un Signor Nessuno.

Giusto per passare il tempo, prima di andare a letto, però, provate a contare non le pecorelle, ma le persone che conoscete che hanno vista la propria vita distrutta perché lui o lei se n’è andato, perché è morto qualcuno, perché hanno perso qualcosa che avevano o non hanno ottenuto qualcosa che avevano assolutamente preventivato come necessario avere, per poter essere felici. I figli, anche, sempre nell’esempio che ho citato.

Buon conteggio. E sul cosa sia la felicità ci torneremo sopra ancora, con più attenzione.

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