Sangue della mia cagata pazzesca

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settembre 14, 2015 di carlovanni

Devo ammettermi di essermi sbagliato; per arroganza, per superficialità. Gli ultimi trent’anni di cinema italiano li ho giudicati tanto serenamente perdibili da non prendermi neppure il disturbo di guardarli, forse per continuare ad essere inattaccato nel mio punto di vista sviluppato in precedenza con le prime avvisaglie del vanzinismo arrembante.

E invece, mi sbagliavo.

Avevo questa idea dei Festival colti, specie nostrani, come di un nucleo compatto di film deprimenti che la gente accorresse a vedere per poter dire: ehi, sono stato a Venezia. Ehi, sono stato a Locarno. Ehi, sono stato a Predappio. Come non c’è il Festival? Ma se saranno ottant’anni che si fanno dei film?

Roba che vai lì mentre il botulino che ti sei sparato in faccia è impegnato in una lotta silenziosa e irresistibile con la coca che ti sei sparato su per il naso o altri orifizi, teso tra il non formare emozioni per non farti venire le rughe (e poi oh, emozionarsi è così plebeo) e cercare di emozionarti facendoti sparire le righe, per restare sveglio, s’intende.

E invece.

Arriva il film di Bellocchio e ti apre tutta una prospettiva diversa.

Sangue del mio sangue è un film che dovete assolutamente andare a vedere.

E non come nei salotti bene, accaparrandosi bava alla bocca le riduzioni e gli inviti omaggio; no, proprio pagando il biglietto, per cogliere fino in fondo il senso oltre che del film, anche del cinema tutto. Stare lì nelle poltrone rosse d’Essai con la coppia di vecchi in lieve odore di mancanza di cremazione adeguata, con la bruttoria che visto che è orrenda si vende come intellettuale di sinistra, con la coppia di ragazzi spaesatissima che ricorda Brad e Janet appena dopo l’accoglienza di Magenta e di Riff Raff, il caldo soffocante, la spiazzante mancanza di quei 40 minuti di spot che tutti noi adoriamo.

Dovrebbero proiettarlo nelle scuole; beninteso, con un counselor o uno psicologo di fianco che evitasse ai bambini gli shock peggiori, tipo, ragazzi, quella è una donna che geme in un ambiente diverso dallo studio di papà. Quella è una donna nuda, esistono anche fuori dalle pubblicità di assorbenti e di grissini. Quella, Sora Lella docet, è una sorca; a cosa serve lo scoprirete da grandi, sempre che usciate dalla chat. Però sì, insomma, la visione dovrebbe essere obbligatoria.

Ai nostri tempi ci facevano vedere – anche due volte l’anno – State buoni se potete e The Day After, tanto per inquadrarci meglio; tipo, se non state buoni vi estinguiamo, capita l’antifona?

Oggi, diviene invece necessaria – in un’epoca in cui anche l’operaio addetto alla raccolta trucioli ama fregiarsi del titolo di creativo – la visione di una simile pellicola, in quanto assolutamente, immancabilmente formativa.

E’ infatti difficile per me immaginare un film più dimmerda di questo Sangue del mio sangue. Una merda sotto tutti gli aspetti possibili, un grande slam che a volerlo fare apposta ci vorrebbero più tentativi falliti di quelli di Edison per la lampadina; e invece, Bellocchio tomo tomo, cacchio cacchio, al primo colpo ci rifila un capolavoro di una tale insulsaggine da ambire alla perfezione divina, qualcosa che forse riesce a scalzare anche il leggendario Alex l’Ariete dalla sua ipotetica vetta della piramide della schifezza.

La prima cosa che notiamo subito subito è lo sforzo enorme profuso nel cercare di spacciare il film come prodotto culturale, giusto per farselo finanziare. Credo sia una pratica geniale: perché realizzare qualcosa che la gente potrebbe anche voler per puro caso andare a vedere al cinema pagando il biglietto, perché rischiare economicamente quando invece è possibile farselo già pagare fin da subito, facendo ricadere i cazzi di un eventuale fallimento sui costi sostenuti dalla distribuzione? Ovvio che in questo modo il contribuente lo paga due volte ma, ehi, amico, che ti lamenti? Non vorrai mica renderti colpevole della morte della cultura, vero?

Poi vorrei parlare della trama, se non fosse che è talmente inconsistente che non è perfettamente chiaro se ci sia o no. Quindi, parliamo degli attori, che Bellocchio recluta tra parenti e affini e riutilizza per tre quattro personaggi diversi, tanto il film è splittato in due parti: una nel passato, l’altra contemporanea, e può sempre dire che la gente ha sempre le stesse facce in fondo. Un po’ come i cinesi, e come il cinema italiano: saranno due gatti che lavorano sempre, devono mettersi i baffi finti e fare la voce diversa, tipo il teatro dei guitti. A proposito delle capacità attoriali, vorrei spezzare una lancia – nel fianco – della categoria “attori italiani”: come già osservato molte volte, la più cretina delle comparse di Porky’s o degli splatter per finire a recitare deve come minimo saper cantare, ballare, muoversi a tempo e fare pompini al regista. Io non riesco ad immaginare nessuno degli attori di Bellocchio impegnato in nessuna delle suddette attività. Forse è un limite mio: non li immagino perché non voglio farlo. A questo punto mi basterebbe sapessero recitare, ma sono sempre stato un inguaribile sognatore. Se il metodo Stanislavskij prevede che l’attore si cali psicologicamente nei panni del personaggio da interpretare, il metodo italiano prevede addirittura la scelta tra due possibili opzioni, ambedue di certissimo impatto: a) sguardo fisso, corpo ingessato, leggere la parte sul gobbo di tanto in tanto incespicando nel momento in cui si vuole far vedere che anche senza leggere la parte te la ricordi lo stesso; b) fare il giullare, esagerare frasi, movenze, azioni, espressioni figurandosi di essere Pulcinella sotto l’effetto di un potente diarroico testé ingerito. E non è mica da tutti, eh. La suora zoccola che nonostante ogni logica, come il Franti di Cuore, lei ride, le sorelle zitelle che se non si tromba hanno già incorporato il gatto, cose così.

E’ anche vero che per recitare ci vuole, come dire, una base. Tipo: un testo da riprodurre, a suon di gesti o a suon di suoni. E qui sta il colpo di genio: i dialoghi sono talmente stereotipati da potersi persino recitare da soli. Cosa che, in assenza degli attori, a volte fanno; senti parlare, la cinepresa inquadra una pianta, tu credi che sia un errore della regìa e invece no, è proprio il nulla che parla. O che parla del nulla, ma cambiando l’ordine dei fattori il campo si ara lo stesso. Poi ci sono anche un paio di dialoghi assolutamente geniali probabilmente desunti da qualche altro lavoro, appiccicati lì posticci per riuscire a tirare l’ora e mezza di assoluta sofferenza dello spettatore che, si sa, avendo pagato il biglietto per vedere un film in concorso a Venezia non vuole rompersi il cazzo solo per una deliziosa mezz’ora, il tempo massimo in cui queste vicende tutte potrebbero essere ampiamente raccontate; no, almeno deve star male lì fino a sputtanare tutta la serata. “Dialoghi geniali” ovviamente va letto come “dialoghi che potrebbero essere stati tolti pari pari da uno sceneggiato RAI  a prendere la muffa in magazzino dei primi anni ‘60”, sicuramente il posto in cui i registi italiani attuali si procurano anche le pellicole.

Che ne sai, magari fanno come Ed Wood e questo capolavoro è stato girato sugli spezzoni sbattuti nel bidone dopo Il segno del Comando con Ugo Pagliai. Altro assoluto colpo di genio: noi italiani andiamo all’estero a vincere gli Oscar per i costumi, le luci e le scenografie, ma riserviamo solo al cinema destinato al mercato interno la raffinatezza del gusto del dare allo spettatore un bel cazzo di niente in ciascuno di questi tre campi, luci assenti o forse era meglio, costumi fatti in casa coi copri divani e scenografie che al massimo c’è una passata di lavabile bianca sui muri. E questo, signori miei, è vero gusto del fané, del sauterne.

La colonna sonora, poi, è imperdibile. Immaginate in una sera d’estate di guardare la televisione col volume azzerato per non svegliare il pupo, e dalla finestra vi arrivano le compilation youtube di quelli che sono lì a fornicare; musichette a caso, inconsistenti, non-musiche per far contento quel non-filosofo che è Marc Augé; perfetto, per un non-film come questo di Bellocchio, che riesce addirittura a involarsi dalla media della inutilità sonora con un colpo d’ala energico in cui ci propina anche la versione medieval strimpellata dei Metallica, forse unico colpo di emozione (il riso) destinato al paziente spettatore.

In tutto ciò, Bellocchio riesce persino a strafare buttandoci dentro un po’ di commediola televisiva all’italiana, tipo filmetti TV con Ezio Greggio: il russo con la faccia da russo e il nome da russo, il truffatorino tracotante, la cameriera che la dà, la scema del paese che è poi anche una contessa e nei suoi dialoghi da scema sottolinea la scemità dei dialoghi, il finto matto, i vecchi collusi con non si sa cosa, l’arrivo dei carabinieri sempre non si sa cosa e per fare che cosa alla fine, però si sa, all’italiano ci metti un carabiniere, un prete e un fotogramma di sorca e lui è già contento così.

Il risultato generale è un qualcosa che praticamente qualsiasi amatore alle prime armi potrebbe realizzare, comprandosi una cam cinese da 150 Euro, reclutando gli amici e buttando giù un copione tra le ore rubacchiate in ufficio e quelle destinate alla vera Arte, cioè tra una birra e l’altra.

E non è poco. Perché un manuale così perfetto di come dovrebbe essere vietato fare cinema è praticamente impossibile trovarlo. Lì per lì potreste soffrire, certo. Potreste desiderare di morire assassinati dal tizio della fila davanti o di scappare a drogarvi nel cesso con la turca. Potreste uscire con la sensazione di avere visto uno dei film più brutti della storia intera del cinema, una roba che se era il film con la locomotiva che arrivava c’era da sperare che arrivasse davvero a porre fine alle sofferenze. Ma poi, pian piano, in voi si fa viva una convinzione: la vita è meravigliosa. Perché non si sta mai bene come quando si smette di stare male, e perché una cosa così palesemente orrenda, senza alcun dubbio in proposito, vi riempie di una serenità indescrivibile colma di tranquille certezze.

Poco chiaro è semmai il comportamento dei critici cinematografici italiani tutti, tra i quali nessuno ha avuto il fegato di dire che si tratta di una cagata al cui cospetto la Corazzata Kotiomkin è un telefilm di Mgnum P.I.: “è un cinema che richiede un contributo di pensiero, di elaborazione”, leggiamo al peggio: certo, perché senza il contributo di pensiero da parte di chi guarda nel film non ve n’è traccia. Quando penso alla tribù dei critici cinematografici, ufficiali e non, mi viene l’immagine di un gruppo di ragazzini della peggio periferia che si fanno le pippe assieme; e anche questo potrebbe essere benissimo un soggetto per il prossimo film di Bellocchio, anzi, chissà che capolavoro ne sortirebbe. Grazie, Maestro.

4 thoughts on “Sangue della mia cagata pazzesca

  1. Владимир Ильич ульянов ha detto:

    Divertente, unica nota negativa è il riferimento alla corazzata Potëmkin (e non k-qualkosa) insultata e resa famosa in Italia da un cialtrone di comico che scopiazzava Gogol (che non è il motore di ricerca).
    Il film che tanto odiate, e che non avete mai visto, si rifà ad una storia vera e, per l’epoca, aveva notevoli contenuti innovativi.

    • carlovanni ha detto:

      Grazie! Ma, no, il riferimento é proprio alla Potiomkin di Villaggio e al giudizio critico che gran parte del cinema dell’intellighenzia italiano a parere modestissimo mio può serenamente condividere. Quanto al povero Ėjzenštejn immagino che paghi decenni di culto del sovietico senza gusto né ritegno, perché in sé tutta la sua opera è molto interessante, biografie comprese, molto poco note. Non a caso lo avevano chiamato a lavorare nella nascente Hollywood, e anche a suon di soldoni. La storia vera é invece ben nota, uno dei fiammiferi della Prima Guerra Mondiale.

  2. Giusi ha detto:

    Genio, condivido in tutto e per tutto quello che hai scritto. L’ho visto proprio stasera in un cinema d’essai con le poltroncine rosse lol e ho pure pagato il biglietto! sarà per questo che son tornata a casa incazzata nera? Mi son sentita presa per il culo, da Bellocchio e da chi gli va a presso. Poi ho letto questo post e mi è tornato il sorriso, grazie!

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