La persistenza del patetico

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gennaio 22, 2015 di carlovanni

Una delle cose di cui possiamo essere più certi, oltre all’entropia e all’aumento costante del prezzo del gelato, é una certa persistente diffusione del senso del patetico che pervade tutte le nostre vite. Non so se sia sempre stato così; magari, se davanti a, che so, Nerone facevi il piangina, poi ti sbatteva in pasto ai leoni a declamare liriche mentre ti divoravano i piedi. E chissà che non fosse un ottimo rimedio. In questo caso, però, si é rivelato una soluzione che sul lungo termine ha perso smalto; prova ne sia il diluvio di tristezza melensa che oggi trovi dappertutto.

Ieri sera sono andato a vedere The Imitation Game, storia geniale di un uomo geniale, interpretata da quello che interpretava Sherlock Holmes che qui interpreta ancora Sherlock Holmes, più alcuni tratti di Rain Man. Che dire: la storia di Alan Turing e di Enigma, per i Nerd evoluti come me, é d’obbligo, e la conoscevo già, al netto delle situazioni strappalacrime che in questo film sono praticamente l’asse portante dei 113 minuti. Il regista, non pago di avere tra le mani la storia di una delle conquiste intellettuali più affascinanti di tutti i tempi, ha pensato bene di farla diventare il grido contro l’ingiustizia contro gli omosessuali, ben sapendo che avrebbe portato in sala molte più persone così. Personalmente, non ho niente contro gli omosessuali, a parte il fatto che non credo assolutamente che possano distinguere più sfumature di colore di quante non ne percepisca io (ma qui si apre un dibattito: se distinguo il magenta, sarò mica omosessuale pure io?). E’ che mi sembra un furbo espediente narrativo.

Poi; se devi parlare della solitudine, non c’è bisogno di costruire un tamburo alto 10 piani con su scritto SOLITUDINE e menarlo finché ce n’é. La solitudine é una cosa che abbiamo tutti così dentro che basta anche meno per farcela riconoscere. Per dire, basta ritrarre uno che esce dalla COOP con la borsina biodegradabile, gli si spacca, gli cade la spesa e la gente lo guarda ma continua per i suoi.

No; qui va in onda il Gran Teatro del Patetico in tutte le sue forme, con tanto di finale che scivola tra le lacrime (non degli spettatori: degli attori, si badi bene) e, ORRORE, scritte in sovraimpressione che insegnano come il protagonista si sia suicidato, e che 49.000 finocchi sono stati condannati e vituperati in quegli anni.

Ora. Io é un po’ che mi chiedo se non ci sia qualcosa che, invecchiando, si possa salvare dallo sfacelo morale e materiale che si diventa man mano che la vita ti passa addosso e ti mangia le certezze come fa un gibbone con la bocca molto piccola con una grossa banana. (Non so come fa, é una metafora). E la soluzione che al momento mi sono dato é che tutto cede, dai buoni propositi ai comandamenti sacri alla tonicità dei testicoli, e che l’unica cosa che, se ti mantieni lucido di mente, puoi salvare, é la dignità. Che non é necessariamente quella roba altezzosa fatta di menti alzati e di proteste vaniloquenti ai giornali, anzi. E’ più farsi saltare per aria se ti confinano all’ospizio, o evitare di metterti la guaina stringente per evitare di farti vedere chiappona.

Il primo passo per preservare la dignità, secondo me, é evitare di scadere nel patetico. Come lo riconosci? Facile. Tutte quelle cose che ti sbattono in faccia la lacrimuccia, ad esempio, sono patetiche. Dalle sovraimpressioni nei films ai post, sono caduta ma mi rialzerò più forte di prima, e cinque minuti dopo, lui ti chiama e sfrassshhhhh, ti sciogli sul pavimento. Dal pestare i piedi perché il collega ha l’ufficio più grande del tuo al nascondersi per andare con una ragazzina che ha trent’anni meno di te, e poi fai pure il Cyrano dei poveri. Dal sostenere a spada tratta il politico tal dei tali, e poi quando questo ruba cercare debolmente scuse a sua discolpa. Insomma, il patetico é facilmente riconoscibile, e se così non é, é solo perché ormai siamo talmente immersi in esso che facciamo fatica a vedere le cose per quelle che sono, anziché per quello che ci sembra possano essere dipinte per tirare un po’ di tenerezza, o di compatimento. E se pensate che queste due cose siano sinonimi, siete messi male, anche se forse avete persino ragione.

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