Del mio meglio.

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novembre 11, 2014 di carlovanni

Qualche giorno fa, mentre stavo facendo le solite 8 cose contemporaneamente, mi é venuto il dubbio che non stessi facendo, come dire, del mio meglio. Dopotutto, considerati i risultati non certo eccelsi da me raggiunti in questa vita (su quelle precedenti, visto il Karma attuale, stenderei un velo pietoso), forse il livello pre-Plancton al quale striscio é l’unico cui io possa ambire. Tipo, quella cosa Se le prendi di santa ragione, insisti di più, beh, mica sempre, tra una insistenza e l’altra 60 giorni di prognosi a volte sono necessari.

E, sì, forse non ho sempre fatto del mio meglio, altrimenti ora sarei Marchionne, o quanto meno il suo copridivano.

Detto questo, mi sono interrogato spesso sulla pericolosa ipocrisia che nasconde il meraviglioso, calvinista, yuppissimo “del mio meglio“. Che cazzo significa?

A volte del mio meglio é piccolo come una formica. A volte del mio meglio é più grande di una montagna. Né in un caso né nell’altro é scontato che io risolva tutti i miei problemi; potrei dannarmi l’anima per sempre e uscirne solo col Fuoco di Sant’Antonio, e poi per una botta di culo, taaac, trovare tutti i cassetti in ordine perchè ho incontrato una pazza maniaca del riordino dei cassetti.

De Mello diceva, “la vita é quella cosa che succede mentre sei impegnato a pensare ad altro”. Parafraso io, “la vita è quella cosa che succede mentre tu te la stai rovinando pensando di poter risolvere a forza di braccia tutte le rogne dell’Universo”.

Non che per questo sia necessario mettersi lì a braccia conserte sperando che detto Universo arrivi come Mastro Lindo e ti tolga le castagne dal fuoco; questa é roba da piagnoni squinternati, gente che non avendo le palle per rimboccarsi le maniche preferisce sperare che un qualche Dio arrivi e faccia piazza pulita dei Proci per lui. Non funziona così; le maniche, te le devi rimboccare tu. Ma non é necessario che ti spelli le braccia. Ci sono cose che semplicemente non vanno a posto; perchè non devono andarci, perché non sai nemmeno dove sia, quel posto.

E allora, mollaci un attimo, e annusa i fiori.

Non sono un saggio. Sono uno che cerca di tirare a campare. A volte mi vergogno del poco che riesco a fare, a volte sono fiero di quello che ho fatto, e cerco di mettere in cascina un po’ di orgoglio per le volte che poi arriveranno per vergognarsi. Mi sforzo di imparare, però.

“Del mio meglio” significa del mio meglio per quello che posso dare in quel momento, e non oltre, senza suicidarmi. Con un po’ di amore per me stesso.

Il rischio, quando si sopravvaluta quello che é il nostro meglio effettivo, é quello di dannarsi l’anima e il corpo alla ricerca di una perfezione che non é solo irraggiungibile: é pure inutile.

Ve lo spiego matematicamente. Esiste una legge che si chiama dei rendimenti decrescenti. Se fai uno, costa uno. Se fai dieci, costa un po’ più di dieci. Quando arrivi a venti, non hai fatto venti volte la fatica che hai fatto per fare uno: hai fatto molto di più, hai corso per restare fermo. Dopo un certo punto, le risorse che devi impiegare per avere lo stesso risultato di prima sono molte, ma molte di più.

Avete presente, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno?

Ecco; quell’uno da trenta a trentuno vi costerà non uno, ma più o meno come i trenta precedenti, per apportare però un vantaggio solamente di uno in più, quindi marginale rispetto al totale, e del tutto diseconomico rispetto alla fatica impiegata.

In pratica, di fronte alla mediocrità quasi assoluta di quello che avete sotto gli occhi tutto il giorno, anche già fare 15 sarebbe sufficiente, 20, la perfezione, 30, irritante per chi vi ha intorno. E non porterebbe alcun risultato apprezzabile, facendovi stancare per nulla.

Tanto vale allora fare il triage delle rogne e decidere di dedicarsi con energia sufficiente e necessaria a quelle più bisognose di una ripassata, risparmiando le forze per renderci la vita quanto più piacevole nel resto del tempo. A ogni giorno basta la sua pena, diceva l’Ecclesiaste, uno che se ne intendeva mica da ridere.

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