I forzati

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giugno 30, 2014 di carlovanni

Un simpatico segreto che si scopre invecchiando è che, in effetti, tutta quella menata sulla vita che è una scoperta continua, che la magia, come Baruffa, è sempre nell’aria, che bisogna coltivare il fanciullino in sé, ecco: sono tutte cagate.

E’ piuttosto vero il contrario. L’evoluzione, assieme all’appendice, ai denti del giudizio, alla calvizie e alle mestruazioni, ci ha fatto un altro bello scherzo: la capacità di adattamento stile scarafaggi nucleari, che ci permette di sopportare qualsiasi cosa, è una lama a doppio taglio.

Buffo modo di dire, del resto; come se tutti quelli che abbiano mai maneggiato una lama con due tagli si siano amputati qualcosa. Mah.

La stessa cosa che vi consente di convivere con la consapevolezza che presto o tardi il vostri fumetto preferito finirà, che puntuale come la morte andrà in onda un altro programma di Maria De Filippi o che per quanto vi sbattiate presto o tardi le vostre tette cederanno alla forza di gravità, ecco: la stessa identica crosta da sopravvissori a tutti i costi è poi cagione della più grande tristezza della vostra vita, il fatto che vi abituate a tutto. Ovvero, dopo un po’ lo stesso superpotere che vi permette di vivere col lupus fa sì che tutto tenda a trasformarsi in routine.

Non esiste lavoro, per quanto pericoloso, eccitante, importante, che non tenda a trasformarsi in routine se non in toto in alcuni dei suoi aspetti. Non esiste affetto che non si finisca per dare per scontato. Non c’è nuovo gioco che prima o poi non ci stufi, idea che finisca per sembrarci banale, lotta che ci apparirà inutile.

E’ quella cosa che quando eri bambino tutto ti appariva straordinario e degno di essere giocato, e ora – non hai mai avuto tante possibilità come oggi, mai tanta libertà di azione, reddito per sostenerla, tempo per soddisfarla – niente ti diverte, ti sembra così interessante da poter essere eccitato al pensiero che esista nella tua vita, in concreto o in immediata potenza.

Allora, fai di tutto per riempirti la vita; cene di classe, palestra, lampada, gite a Velletri col pullman delle pentole, cinema, aperitivo, politica, social networks, feste danzanti, tutto fa brodo, pur di non restare nemmeno un attimo a contemplare il vuoto.

Vedo il venerdì sera compresso di cerette, vestiti stirati, lampade abbronzanti, magari un po’ di tonificazione prima della movida, fedi nei cassetti, risate ai tavolini dei bistrot; e così spesso quella sottile disperazione negli occhi e la posa che, da studiata, pian piano scivola sotto il piano, nella noia complessiva e nel rispecchiamento degli altri convenuti.

Vedo fichissime utilitariette lui fresco di camicia, lei di parrucco, con gli occhi vivacissimi sgranati, e mi chiedo: oibò, ma come sono entusiasti. Beati loro. Poi incrocio altre dieci, cinquanta, cento utilitariette, e sono tutti entusiasti, camicie e parrucchi annessi. Allora capisco che hanno qualche segreto che non hanno voluto condividere con me. Io una faccia così ce l’ho non dico di rado, ma certo non in occasioni così tanto prevedibili.

Ho anche provato ad essere in tiro per un po’, proprio, attivo, concentrato, fisso sull’obiettivo come un missile. Lunedì, doccia, vestiti puliti, barba fatta, lampada, palestra, usciamo, aperitivo, libro, ah ahaha, noccioline che non hanno visto il Governo Letta. Martedì, doccia, vestiti puliti, barba lasciare crescere per darsi un tono vissuto, palestra, usciamo, ahahaha, bere. Mercoledì, doccia, vestiti puliti, barba regolata, unghie dei piedi, lampada, palestra, usciamo, ahahaah, bere. Giovedì, ma vaffanculo, mi rimetto i vestiti di lunedì, la doccia la faccio poi e stasera me ne sto a casa a guardarmi tre telefilm.

Probabilmente, è difficile, se non impossibile, stare sempre in gara, vita natural durante. Non lasciare il sia pur minimo spazio in cui annoiarsi e immalinconirsi un po’. Perlomeno, io non ce la faccio; non ho il fisico per queste cose. Le mamme sempre da defilé che portano bambini perfetti a scuola, gli impiegati ordinati e vigili persino nel dopopranzo, le macchine pulite e incerate, non so dove si possano trovare tempo e voglia.

Allora, anzichè concentrarmi sull’agenda, mi concentro sull’allenamento del senso del meraviglioso. Così anche se non vado a far tappezzeria ad una festa, posso sempre sentirmi grato quei 5 minuti per la luce elettrica dentro casa, o per la collezione di Topolino che ho riesumato dal nulla, o per il fatto – stupefacente! – che sono riuscito a trovare un telefilm, o a cambiare le corde alla chitarra, o a cucinare una pasta e ceci notevole.

Concentrarmi sul senso di quell’abbraccio, che non è scontato, sulla telefonata di quei pochi amici, su quei due tre strampalati, geniali progetti che posso mettere in ballo senza paura di diventare ricco.

Sulle prime si fa una fatica porca, e non funziona sempre. Anche perchè non c’è cosa più inquietante che restare da soli con se stessi. Ma alla lunga, la trovo una tattica molto vantaggiosa. Perchè presto o tardi, da solo con te stesso ti ci ritrovi.

 

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