Da Odino a Cersei, gli straordinari del Dottor Freud

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giugno 24, 2014 di carlovanni

C’è una cosa che Martin non riesce a mettere giù tanto bene, in modo che si capisca chiaramente cosa sta succedendo. Anzi, un paio di cose. Senza la comprensione di questi meccanismi, il Gioco dei Troni diventa un gioco di intronati che non fanno altro che cospirare uno contro l’altro, fottersi e accopparsi in continuazione; il che va benissimo, presumo, per la maggior parte degli appassionati, ma alcuni li lascia un po’ così.

Il nostro beneamato ciccione, al quale auguriamo una vita ancora lunghissima e feconda, prende le mosse da un tipo di letteratura in cui lavorare sulla dimensione psicologica dei protagonisti non è particolarmente produttivo; il lettore, in sostanza, se legge di fantascienza se la deve cavare da sé, non come nei romanzi, putacaso, francesi o tedeschi o irlandesi, nei quali ti viene sciorinato tutto il budellame delle convulsioni interiori di chi agisce.

Peccato; perchè ce ne sarebbe da dire. Forse tutto questo deriva dal fatto che l’epica, vera radice di tanta fantascienza e fantasy, per gran parte del material utilizzato (saccheggiato) deriva alla fine dal grande bacino celtico-norreno, nel quale non stava tanto bene, si vede, esplicitare in maniera particolare la psicologia dei personaggi; a differenza ad esempio da quella dell’asia vicina e lontana, in cui troviamo ad esempio Gilgamesh alle prese con problemi interiori umani, umanissimi, resi ben chiari su…stele, che ancora oggi possiamo perfettamente comprendere; o Davide, preso tra superbia, invidia e sensi di colpa, che poi è dove vi porto oggi raccontando qua e là.

Già; il senso di colpa.

Le due Edda, Poetica e di Snorre, narrano della morte di Balder in un modo molto piano, utilizzando la contrapposizione tra Odino e Loki in maniera estremamente semplice: delitto, e castigo. In realtà, si tratta di una lettura ridicolmente incompleta, anche se noto che la maggior parte degli studiosi si è fermata a questa trama (una delle 36 del Polti, immediatamente comprensibile). In effetti, chiunque sia in grado di leggere anche solo Topolino noterà un notevole buco logico. Odino, infatti, sa fin dal principio che Balder è destinato a morire; è per questo motivo che lui e sua moglie Frigg cercano di creare le condizioni per le quali Balder diventi invulnerabile.

Subito dopo, si scatena quella che non può essere diversamente descritta se non una continua smargiassata alcolica da parte degli Déi, che tirano ogni genere di arma contro il bel Balder. Fino a quando Loki, stufo di questa scenetta, con un trucco mette la parola fine al tutto. Balder rimane ucciso; Odino si incazza, e incatena Loki per una tortura interminabile, situazione che poi porterà al Ragnarok, la distruzione dell’Universo.

Perchè, ci chiediamo, se Odino sa che Balder è destinato alla morte, poi si incazza se Loki ce lo invia? In fondo, il suo figlio adottivo non è altro che uno strumento, neppure tanto consapevole, del tracciato delle Norne, il Destino.

La risposta, chiarissima, è: il senso del fallimento. Il senso di colpa, per aver mancato il bersaglio, anzi, per avere creato per stupidità e arroganza la situazione in cui Balder è rimasto ucciso. Odino sa di essere colpevole nell’aver cercato di sottrarsi alla legge del Fato, cui anche gli Déi sono sottoposti; quindi, non avendo nessun altro da incolpare se non se stesso, prende e si vendica su Loki in maniera, oltre che selvaggia e spropositata, anche veramente cieca e controproducente.

Veniamo ora ai protagonisti di Martin, tutti assillati, chi più chi meno, dagli stessi tre o quattro problemi insanabili.

E cominciamo con Cersei, il cui dolore alla morte di quello stronzo allucinante del figlio Joffrey è esagerato, esageratissimo. Joffrey, lo si capisce a prima vista, è più pazzo e scellerato di molti Targaryen; sadico, squilibrato e irrefrenabile, una deliziosa combinazione. Quando per anni tuo figlio tira sulla propria testa – e su tutto quello che per te conta – una tempesta irresistibile, che fai, ti fai una malattia se viene fortunatamente levato di mezzo?

E non venite a menarmela col discorso dell’amore materno. E’ evidente che qui non si tratta di amore, ma bensì di senso di colpa all’ennesima potenza. Perchè in realtà la causa vera della morte di Joffrey è Cersei.

In Cersei fin dalla prima apparizione ravvisiamo un tratto fondamentale: l’invidia verso i maschi, che possono detenere un potere a lei negato. Cersei risponde a questa a suo pensare ingiustizia in un modo sempre uguale a se stesso, ovvero, con la manipolazione sessuale-affettiva. Invidia nei confronti del fratello, cui dice a più riprese: dovevo essere io, l’uomo, che guerriero sarei stata! Nei confronti del padre, l’unico vero detentore del potere di tutta la Casata, uno dei pochi dei Sette Regni, tra l’altro – ma su questo punto, ci torneremo.

In fondo, però, Cersei sa benissimo di essere una nullità. Fuori dall’ombra di suo padre, durerebbe dieci minuti (come vedremo in seguito). Ed è qui che cade definitivamente: userà opportunisticamente Joffrey per regnare, perchè morto suo marito, il Baratheon, o così, come Regina reggente, o il suo ruolo diventa merce di scambio (come ha intuito dopo che il padre la svende al Cavaliere Tyrell). E’ lei, in fondo, a decretare la morte di quella merda di Joffrey, perchè antepone la propria ambizione alla sua sicurezza, coi risultati che si vedranno. Quindi: senso di inadeguatezza, invidia, ambizione fuori misura, senso di colpa.

Sono sentimenti che ritroviamo, in misura minore o maggiore, in molti dei personaggi di questa interminabile saga.

Lord Tywin, ad esempio, coltiva in massima misura tre di queste: ambizione, invidia, senso di colpa. La visione che ha della propria grandezza, e del suo ruolo, lo acceca nei confronti di dinamiche per nulla sottili e anzi evidentissime che vanno sviluppandoglisi intorno, fino al momento in cui pagherà per la propria stupidità. L’invidia per il Baratheon, mascherata da disprezzo, e per lo Stark, da compatirsi, che però avevano un seguito che non si basava sul calcolo freddo, ma sulla lealtà; e l’incredibile senso di colpa nei confronti della moglie, che ha ucciso con un parto sfortunato, senso di colpa che poi si riverserà in maniera spropositata su Tyrion, bersaglio di questa amarezza.

Stannis Baratheon è un altro bell’esempio di rimozione che poi esplode: l’invidia nei confronti del fratello più amato convive con una insicurezza assoluta, ed esploderà in una follia trattenuta a stento, mitigata solo dai molti sensi di colpa nei confronti di chi triterà lungo il proprio cammino.

Jaimie è un bell’esempio di inadeguatezza che arriva troppo tardi, nel momento in cui il suo ruolo viene a mancare con la menomazione e si assiste persino alla nascita di una coscienza. Forse il personaggio maschile più complesso dell’intera saga, o almeno alla pari con Lord Varys, altrettanto multiforme e non completamente dominato dalle proprie passioni e magagne. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa del Mastino, ma questi è invece a tutt’oggi un personaggio riuscito abbastanza male, appena sgrezzato. E anche Tyrion partecipa di quasi tutti i difetti della famiglia, reso però meno stronzo degli altri dalla mancanza di invidia: non è persona malevola. Non sprecheremo troppe parole a proposito di Daenerys, le cui penose mancanze psicologiche (sempre dell’ordine di cui sopra, eccezion fatta forse solo per l’invidia) sono un gatto attaccato ai maroni per i lettori tutti da ormai oltre 5.000 pagine. La palma dell’autodeterminazione femminile spetta invece a pieno titolo ad Arya Stark, unica di quella famiglia a non essere castrata dalla figura della madre: Catelyn Stark possiede tutti i tratti negativi di Cersei, forse in misura ancora maggiore. E’ uno dei personaggi in assoluto più negativi  di tutto lo scenario.

Lo sa bene il povero Stark, cui mancavano senso di ambizione – la hybris, se vogliamo – e invidia, cosa che faceva di lui un elemento altamente positivo, forse uno dei pochi degno di regnare; ma compensava ampiamente con gli altri due difetti, che lo rendevano la vittima sacrificale per eccellenza in questo gioco al massacro.

Ditocorto, invece, è completamente privo di senso di colpa, ma Freud si sarebbe potuto mantenere anche soltanto con lui quanto al resto.

Non parliamo poi dei complessi dei Frey, o delle turbe psicosessuali, oltre agli altri 4 difetti, manifestati in maniera assoluta e chiarissima da cialtroni quali il Bastardo dei Bolton o Greyjoy, veri casi da manuale per la psicanalisi.

Solo pochi personaggi si salvano da questo squallore senza fine, e sono personaggi perfettamente consci del proprio ruolo e, fino ad ora, padroni di se stessi, integrati e coscienti.

Due sono personaggi assolutamente secondari nell’economia delle cose: il mercenario Bronn e il Pesce Nero; ambedue intrisi di realpolitik fino al midollo, ambedue efficaci e assolutamente a proprio agio nella propria pelle, ben consci delle proprie risorse e di quelle altrui.

L’ultimo è invece l’unico con sufficiente testa sulle spalle da gestire un regno: il Principe di Dorne, spietato e privo di sensi di colpa, ma non isterico, calcolatore ma non intrigante, conscio dei propri mezzi e delle proprie debolezze, concentrato sui propri scopi e non sui possibili giardini d’erba più verde altrui.

L’impressione che la stragrande maggioranza dei personaggi contenga in sé gli stessi problemi dell’autore, ciccione frustrato che ora si diverte a spappolarne più che può, è in realtà molto forte.

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