Perdere lo sguardo

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giugno 12, 2014 di carlovanni

Chiariamoci su di un punto: la vita è piena di tristezza. Chi vi ha addestrati a vivere sempre sull’onda del contrario, è un pazzo, o un criminale.

Nasci nel dolore, muori, e tutto quello che c’è in mezzo è sporchevole. Ti ammali, ti acciacchi, vedi i tuoi cari cadere come le mosche, i contatti di Facebook passano dal tentativo di rimorchio alla bannatura in 2 ore e l’Ovomaltina non è più come una volta; l’Inter è stata venduta, il Milan lo è sempre stato, la Juventus, perlopiù compra, Fabio Volo vende un sacco come anche Morelli e la gente si finge artista pur di trombare. Se godi ti sporchi. Se ti piace un libro, lo finisci. Persino l’unica cosa che poteva far cessare questo strazio, la droga, ti fa male.

Se tutto questo non è triste, non so cosa lo sia.

Combattere questo stato di cose è come lottare coi mulini a vento, se non peggio; l’unica soluzione è, come per il Lato Oscuro, abbracciarlo.

Detto tra noi, credo che sia di gran lunga più produttivo accettare la tristezza piuttosto che fare come i tanti che si devono assolutamente e per forza divertire ad ogni costo; i forzati del sorriso, gente positiva a spada tratta, entusiasti di ogni stronzata, che predicano la gioia pura del tornare bambini in un mondo tutto loro in cui i bambini sono sempre allegri, spensierati e felici, perchè se torni un attimo indietro con la memoria ti ricordi che ti godevi un sacco di cose, è vero – sempre che ti fosse andata di culo – ma che avevi le tue belle rognette che ti sembravano asfissianti, insormontabili e disperate.

E poi è anche una strategia conveniente. L’allegria è difficile da raggiungere, ha una impronta ecologica altissima; la tristezza è estremamente portatile, a buon mercato e persistente.

Se state già insaponando la corda – so che molti non vedono l’ora di avere un qualche pretesto per ammazzarsi, vuoi la crisi, vuoi la malattia, vuoi le corna, è sempre il momento giusto per il capestro – vi fermo subito: quello che vi dà fastidio probabilmente non è la tristezza.

La tristezza è una vecchia amica che conosciamo da un sacco di tempo e che ci consola nella nostra eterna solitudine fatta di cose che non possiamo trasmettere a nessuno, della nostra paura di restare da soli e della consapevolezza che tutto finisce; proprio perchè tutto finisce insegna che è buona norma viverlo finchè dura questa piccolissima libera uscita. Insegna che hai qualcosa in comune col barbone e col tunisino clandestino e con Bill Gates, che su questa base potete riconoscere la rispettiva umanità. Insegna che ci sono poche cose migliori del conforto, della consolazione. E’ una specie di coperta che tutto ottunde, ma placa, silenzia, una specie di neve dell’animo – non so quante cosa al mondo ci siano più belle di una notte di nevicata.

No; la cosa che vi opprime non è la tristezza. E’ lo squallore.

Lo squallore è la consapevolezza che nelle cose tristi la gente ci sguazza, se ne fa abito; perchè le considera tristi quando le subisce, normali, ignorabili o addirittura doverose quando le infligge.

E’ triste un uomo che si innamora di una ragazzina; è squallido un uomo che va in viaggio d’affari in Cambogia per scoparla.

E’ triste una donna che non trova lavoro; è squallida una donna che la dà via per fare carriera.

E’ triste uno scrittore alle cui presentazioni non presenzia nessuno se non i parenti; è squallido uno scrittore che si riduce alle invettive per attirare l’interesse.

E così via.

Uno dei rimedi migliori che conosco contro lo squallore, che non è mai un bene, è cercare di non perdere lo sguardo aperto alla bellezza, all’ignoto, al magico. 20140611_071832E’ quello sguardo che all’improvviso la mattina ti porta dal marciapiede verso il lavoro all’idea che gli alberi si stiano riprendendo la città; che cammini al caldo e la vecchia bagascia apre il portone e ti coglie la ventata di fresco, umido, odore di nonna e di cantina che esce dal vecchio androne; che tiri su le serrande solo un po’ e ti aggiri prima che si sveglino tutto nella penombra di casa, che riprendi in mano un libro che ora capisci in maniera diversa da quando lo hai letto per la prima volta, che apri il frigo e trovi che è avanzato un pezzo di dolce che ti andava proprio, hic et nunc.

Quando trasmettono il tuo film in una torrida sera d’estate e te lo riguardi in mutande, quando la radio si sintonizza male e all’improvviso passa il tuo pezzo preferito di quando eri al mare da ragazzino; quando per noia ti metti ad aggiornare la rubrica e ritrovi il numero di una persona cui volevi molto bene; cose piccole, misteriose, sovrane e totalizzanti, di cui la giornata è assolutamente piena e che dipendono solamente dalla capacità di rivolgere lo sguardo non solamente sempre avanti, avanti avanti avanti, ma anche di lato e indietro, con nostalgia, con dolcezza, con quella tristezza di tutti gli attimi fugaci che in un modo o nell’altro se li cerchi sono sempre qui con te – e dove altro dovrebbero essere andati a finire?

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2 thoughts on “Perdere lo sguardo

  1. Hello ha detto:

    “… E dove altro dovrebbero essere andati a finire?” Non lo so, ma forse sono insieme a quel calzino spaiato (ovviamente nuovo di pacca) che ti ostini a cercare. Poi la folgorazione, il calzino sarà caduto sul balcone del vicino mentre lo asciugavi al sole, creando un effetto domino anche sulla sua di vita. E li non puoi non ghignare 🙂

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