Mazinga è meglio del Prozac. Diciannovesima puntata

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maggio 6, 2014 di carlovanni

Ci sono poi i cartoni dedicati alle corse automobilistiche, tra i quali ricordiamo senz’altro “Ken Falco” per le mirabolanti strategie elaborate, volta dopo volta, dal team del pilota omonimo. Lo staff tecnico di Ken Falco esprime, solo per scaldare una confezione di tagliolini precotti, più competenze tecnica in 2 minuti di quanto non faccia in un anno l’intero team del Cavallino Rampante, e si dice che, in realtà, i successi della scuderia di Briatore siano dovuti ad un transfuga generosamente pagato. Di Ken Falco, comunque sia, non rimane alcuna traccia al termine delle vecchie serie TV, se si eccettua un puntolino orbitante attorno a Io, la luna di Giove; segno che, finalmente, il motore che stavano sviluppando ha espresso le sue piene potenzialità.

Quanto a dramma, comunque, pochi cartoni possono competere con i due più famosi riguardanti gli sport di combattimento: “Rocky Joe” e, soprattutto, “L’Uomo Tigre”.

Rocky Joe è una storia che definire tragica sarebbe un pietoso eufemismo: un ragazzino di riformatorio, che scopre che il pugilato può offrirgli una via verso la redenzione, se non altro per maturare un po’ il rispetto di se stesso. Anche qui, il solito campionario di allenamenti massacranti, roba che le torture dell’Inquisizione erano un invito a un tè con biscotti da parte della vostra anziana zia (beh, forse a volte è preferibile una scarica di legnate, mi rendo conto); però, almeno qui sono parzialmente giustificate dallo specifico dello sport, che richiede di buttare giù l’avversario, Al contrario del calcio, della pallavolo e del tennis, qui lo scopo del gioco è proprio quello, insomma. E c’è anche un bonus finale di grande onestà: anche se i telespettatori italiani si erano abituati a vedere i personaggi che sputavano fiumi di sangue, per poi andare a farsi una pizza e quattro sgambate in vasca, qui Rocky Joe (ma il vero nome è Joe Yabuki, Rocky è lì solo per fare audience), alla fine, ha il buon gusto di crepare per tutti i cazzotti ricevuti. E se non è onestà intellettuale questa, non so proprio cos’altro lo sia.

Diverso, molto diverso è il discorso a proposito dell’Uomo Tigre. Naoto Date è un timido, magrolino orfanello che pesa sì e no come un sacchetto di mandorle tostate (bagnato), che per non si sa quale problema neurologico (forse un lieve ictus) mentre è allo zoo decide di diventare come una tigre. Sorpreso a pitturarsi strisce gialle e nere su tutto il corpo, il ragazzino, evidentemente rincretinito e provato dalla povertà della dieta (tra l’altro, è giallo, in faccia. Ma vitamine, mai, lì?), riesce tuttavia a crescere a vista d’occhio, grazie ad un corso per corrispondenza di Arnold Schwarzenegger a causa del quale, come effetto collaterale, finisce anche col presentarsi alle amministrative per lo Stato della California (dalle quali, siccome è ancora dipinto a strisce, lo cacciano via a calci nel culo. Col senno di poi, si potrebbe opinare che è meglio un governatore a strisce che un governatore…beh, lasciamo perdere).

Deluso dalla brutta avventura, Naoto prende due decisioni che risulteranno fondamentali per il suo, e il nostro, destino.

La prima: piantarla con ‘sta cagata di dipingersi addosso le strisce, e sforzarsi di fare la figura di una persona normale, con un viso normale, e un mestiere normale. Così, tanto per essere originali, decide di utilizzare il mestiere di giornalista a titolo di copertura (tanto, è risaputo che non ci si mangia), mentre di notte si metterà  a fare qualcosa di regolarmente remunerato. Si capisce subito qual è la sua prima scelta professionale nel momento in cui decide che darà sfogo alla sua voglia di andare in giro travestito. Il primo costume dell’Uomo Tigre si componeva in realtà di maschera, corsetto contenitivo, autoreggenti a rete larga e scarpe con tacco da 10. Disturbate dal suo tentativo di invadere la loro zona di marchette, al termine della sua prima serata di lavoro un gruppo di mignotte d’assalto gli tende un agguato, e lo gonfia come un tamburo. Naoto, ridotto in fin di vita dalle agguerrite professioniste, promette a se stesso che d’ora in avanti dovrà diventare estremamente forte, per proteggere i deboli – e cioè, in primo luogo, se stesso.

E questo ci porta alla seconda decisione: diventare un lottatore professionista. Per fare questo, si iscrive a club famosi per la ferocia dei lottatori che addestrano – la Taverna Paradiso, dove si sfornano gli omonimi Kinder; il Forno di Papà Barzetti, due assunzioni per ogni 20 extracomunitari in nero, che devono lottare per un posto branda; e finalmente, Tana delle Tigri, l’unico posto brutto, cattivo e spietato di tutta la Svizzera al di fuori dell’ambiente bancario.

La selezione di Tana delle Tigri è simile a quella di X-Factor: ogni 5.000, se ne salva uno, e non è neanche detto che sia il migliore. Gli allenamenti sono molto semplici: gli aspiranti vengono torturati con metodi molto creativi, e chi sopravvive, passa il turno, nella convinzione nitschiana che quello che non uccide rende più forti (o storpi. In effetti, è tutta da dimostrare). Seguono alcuni divertenti sprazzi di quello che è la giornata tipo dell’atleta di Tana delle Tigri:

Ore 4, sveglia con esplosivi;

ore 4.10, a colazione dal coccodrillo (nel senso che il coccodrillo sta aspettando la sua, e l’atleta si presenta in perfetto orario. Chiunque finirebbe con l’equivocare);

ore 5, tribuna sindacale;

ore 6, tribuna politica;

ore 7, sessione di nuoto con gli squali, dopo essere stati scorticati e unti con feromone di femmina di squalo (alcuni non vengono mangiati, ma comunque vengono resi inabili alla lotta);

ore 9, leggera colazione con l’orso (vedi quella col coccodrillo, più sopra);

ore 10, tribuna sindacale;

ore 12, si raccolgono i suicidi, e si prosegue con una lunga serie di martellate nelle palle a due a due finchè non diventano dispari;

ore 14 circa, pranzo a base di carne di puzzola, e poi pennichella…naaaaahhhh!!! Scherzo, ovvio;

ore 14. 05, in equilibrio su di una fune a 50 metri da terra, giocare a infilarsi con un forcone da fieno sporco e arrugginito;

e così via, a seconda dell’estro dei carnefici e di quanto abbiano scopato la sera prima. Non è chiaro che tipo di forma fisica, al di là di quella di cadavere, gli allenatori di Tana delle Tigri pensano di far raggiungere ai loro adepti; fatto sta che questi diventano effettivamente molto forti e ben motivati, nonché simpatici come un gatto epilettico nelle mutande. Ed è per questo che Naoto, una volta sopravvissuto a questo circo equestre ideato da Bosch e raggiunto il quadrato, si beve letteralmente tutti gli altri lottatori professionisti, facendo soldi a palate e scartando donne come un nevrotico mangia pistacchi.

Fino a quando non scopre, con sommo orrore, che gli orfanelli provenienti dallo stesso istituto nel quale è stato irreggimentato anche lui non provano per l’Uomo Tigre che disprezzo per i violenti e scorretti metodi utilizzati (ma certo, perché negli orfanotrofi sono tutti santarellini appiccati al muro…). E così lui, invece di procurarsi una tanica di benzina e fare piazza pulita della fatiscente struttura contenitiva per l’infanzia abbandonata, cosa fa? Decide di diventare buono.

Questo è certamente il secondo piccolo ictus che, purtroppo, lo colpisce. Ovviamente, per i lottatori di catch la bontà è come la kriptonite per Superman: tutti cominciano a legnarlo, i premi d’ingaggio si sciolgono come neve al sole e le ragazze non gliela danno più.

E inoltre, come se non bastasse questa macumba, Tana delle Tigri decide di farlo secco…perché loro sono cattivissimi e un buono rovina loro l’immagine. Ma soprattutto, perché sono cattivissimi. Da qui in avanti, gli scateneranno contro l’inferno: praticamente ogni stupido, inutile, violento freak del pianeta, affiliato o no che sia a Tana delle Tigri (avete presente, la scena “niente panico!” a bordo dell’aereo più pazzo del mondo? Ecco, così) farà carte false per salire sul ring con Tiger Mask e fargli la festa. Tra i tanti, ricordiamo con particolare affetto:

–        la serie degli animali al gran completo: l’Uomo Gorilla, Pitone Nero, Pantera Nera, l’Uomo Leone, Re Cobra, Grande Zebra (che poi è buono: è un travestimento di Mister Baba), Piranha, Orso d’Acciaio, Lupo Solitario, Ragno Diabolico e soprattutto Grossa Tigre, Tigre Nera, Re Tigre e Grande Tigre (che non è semplicemente “grossa”, ma bensì il capo di Tana delle Tigri), nonché gli indimenticabili Cozza di Bronzo, Paguro Bernardo, Tre Tigri contro Tre Tigri, Pollo Ruspante e Coccodrillo di Pezza;

–        la serie dei mostri altamente improbabili: l’Uomo delle Nevi, Muscolo, Argenta, Dr. Jekyll e Mr.Hide (confezione unica), Dracula, la Mummia, Gianni, Pinotto, Idraulico Liquido, Cif Ammoniacal e Cambusa One;

–        la serie di quelli che non si capisce perché stanno lì ma servono da riempitivo per le puntate: Mister No (non quello di Nolitta…), Stella di Teschio, Maschera d’Oro, Maschera Rossa di Morte, Maschera da Zorro e Maschera alla Cera di Cupra, nonché, Ehi, Maschera, Qui Che Compro Un Cono Gelato.

I suoi avversari saltano, volano nuotano, mangiano pinoli e cacano saette, si producono in effetti speciali quali schizzi di veleno, strangolamenti irripetibili e lancio di suppellettili varie. Fatica sprecata, da parte loro. Se è vero che per i nove decimi dell’incontro Naoto ne busca una caterva, facendoci spesso chiedere quanto sangue, realmente, può essere contenuto in un corpo umano (a giudicare da quello sparso sul ring, sui sedici – diciassette litri. Nemmeno Dusty Rhodes faceva così schifo), arriva senza eccezioni un momento fatale in cui finisce faccia a terra, gli si avvicina un bimbo, gli dice quattro sciocchezze, e, puff! Lui salta su come un berlicche e accoppa il cattivo con tre colpi in croce, rivelando insospettabili riserve di energia.

Il copione, praticamente, è sempre lo stesso. Io non ho molte spiegazioni, al riguardo; o il pagliaccio si butta a terra per fare finta, perché è un buffone o perché (è anche possibile) l’incontro è truccato, oppure Kenta, questo il nome del misterioso bimbo ex machina, nel rifilargli la solita panzana “Uomo Tigre, non puoi perdere, io credo in te!” (con conseguente nausea dell’avversario…anche questa fa gioco), gli allunga anche un tiro di crack mutante boliviano, di bruciaculo dei sette passi o qualche altra droga tanto rara quanto efficace. Non saprei pensare ad altro, sinceramente.

Questo delizioso quadretto è completato dai comprimari che spartiscono con Naoto gioie e dolori dell’extra-ring : Antonio Inoki e Mister Baba (o Babà, come lo chiamano incerti locali caratteristici, o Babar, per le dimensioni…lasciamo stare), lottatori realmente esistenti qui tratteggiati,neanche a dirlo, come eroi integerrimi, Mister X, un cattivo talmente bislacco  che pare non abbia altra funzione se non profferire minacce a vanvera (eternamente sventate, peraltro) e, soprattutto, la cara Ruriko, sempre pronta a fargli la morale, ma che non arriverà mai a dargliela.

L’Uomo Tigre sconfiggerà via via tutti i cattivi, per poi finire stirato sotto una macchina, all’ultima puntata: e se questa non è sfiga…

A me non è andata giù in modo particolare, se devo essere sincero. Vabbè, l’afflato drammatico nipponico, e tutte quelle balle lì; però, uno si fa un mazzo tanto, e poi, puff, terra per ceci? No, non ci sto. E allora, ecco la mia personalissima teoria, che ha il pregio di salvare capra e cavoli e, a dirla tutta, è anche credibile. Nel 1981, nel mondo del catch professionistico (che è un po’ come dire, un incrocio tra un vecchio film di Godzilla o Mothra e un tour del clan Casadei) è spuntato fuori a sorpresa un tale Tiger Mask, che nel 1982, sconfiggendo Black Tiger (ma vi rendete conto…), si ritrovò ad essere detentore dei due titoli più prestigiosi dei pesi leggeri, la NWA e la WWF (ovviamente, in quanto categoria a rischio di estinzione); poi, fino al 2004, una serie di vittorie e di successi strepitosi, unico atleta orientale a poter contendere lo share ai mostri del circo statunitense e messicano. La cronaca vuole che si tratti di un atleta, tale Satoru Sayama, il cui ingresso nel catch è stato favorito proprio dalla superstar Antonio Inoki, al quale i quattrini non fanno schifo, per sfruttare l’onda della popolarità del cartone animato.

Io, invece, sono convinto che si tratti dello stesso Naoto Date il quale, stufo di prendere mazzate per l’anima del cavolo, ha deciso di entrare nel business, molto convenientemente “morendo” al piccolo schermo per fare il grande salto. Una prova inappellabile: le evoluzioni ginniche di Tiger Mask sono impossibili, se non siete un cartone animato. Nel 1988, 38 atleti provenienti da tutto il mondo (Svizzera compresa, ma esclusa Tana delle Tigri) hanno provato a replicare sul ring le acrobazie del sedicente Sayama. Il risultato non è stato dei migliori: 14 in trazione, 3 hanno raggiunto i pascoli del cielo, 4 sono ridotti a vita su di una sedia a rotelle, e i restanti, chi più chi meno, hanno fatto una figura agghiacciante, compreso uno che si è impalato sull’asta del microfono e un altro che, venuto giù di testa sul gong, si è rialzato dicendo: “Mi consenta!”.

Ma questa, è un’altra storia.

E comunque, non so com’è, ma perlopiù i cartoni sullo sport parlano di discipline nei quali i giapponesi non hanno mai combinato un cazzo. Sarà un caso, sarà che è strumentale alla consolazione di tanti tifosi frustrati, oppure, come terza ipotesi, gli aspiranti atleti sono tutti deceduti a causa del rigore degli allenamenti che ci hanno mostrato?

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