Mazinga è meglio del Prozac. Diciottesima puntata

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aprile 28, 2014 di carlovanni

Sarà per questo che Mimì Ayuhara si è data alla pallavolo: perché fa bene alla salute. Infatti, nelle prime puntate, oltre a capire che il doppiaggio ha trasformato (come al solito) tutti i nomi dei protagonisti in quelli di una borgata romana (e Kozue si è scoperta con estrema sorpresa chiamarsi Mimì), la suddetta atleta, dicevamo, ci confida che si è affezionata alla pallavolo perché da piccola aveva dei problemi di salute, e praticando questo nobile sport è completamente guarita. Mi pregio, a questo proposito, di fornire a chi legge qualche esempio dei rinvigorenti allenamenti di Mimì:

–        due notti e due giorni a colpire di bagger e di schiacciate, con catene da venti chili ai polsi;

–        una settimana di schiacciate sulla faccia da parte di una alla quale ha rubato i Ringo, l’ultimo assorbente e, per giunta, il moroso (che tanto non ha il tempo di scoparsi), per imparare a fare il muro in maniera corretta;

–        una notte in mezzo all’uragano per studiare tecniche segrete di ricezione.

E questi sono solo alcuni esempi. Occorre dire, per onestà, che Mimì non è proprio una che prende la vita alla leggera; per reintegrare quello che perde tra sudore e lacrime scende in campo con la flebo attaccata e la bocca piena di sale, urla come una partoriente ogni volta che tocca la palla e, in generale, è simpatica come una fistola anale. L’unica persona con la quale si lascia un po’ andare è il suo ragazzo, un tomo di nome Sutomo, che fin da quando fa la sua prima apparizione notiamo contornato da un alone di sfiga come quello viola dell’AIDS; difatti, morirà a breve in un tragico incidente automobilistico.

Per compensare tanta dedizione, a Mimì vengono allora concessi poteri esoterici che esulano dal campo dello sport, per sconfinare in quello del vudù. Ricordiamo, tra i tanti:

il tiro a foglia morta, che nulla ha a che vedere con quello omonimo di Mariolino Corso: qui, la palla prende a volteggiare qua e là per la palestra come un pipistrello uscito dall’inferno, e a volte ci vuole un esorcista per tirarla giù;

la temutissima goccia di ciclone, che mira a ricoverare l’avversaria al reparto maxillo-facciale e spazza via, con essa, anche la panchina e parte del servizio stampa;

la palla invisibile, che se riesce bene costringe l’arbitro a sospendere la partita “fino a quando non troviamo quella cazzo di palla, e così possiamo continuare”;

e la più inquietante di tutte, la palla che si ingigantisce, sotto la quale intere squadre hanno perso la vita, alla faccia di De Coubertin e delle sue fregnacce.

E le capacità atletiche di Mimì, che gareggia non di rado con gravi emorragie in atto, ossa fratturate e nonostante ciò pratica giravolte in aria come Jeeg Robot, non sono in discussione.

In seguito, la televisione ci ha anche regalato le prodezze di un’altra pallavolista, Mila, che ci hanno voluto spacciare per cugina di Mimì: si tratta chiaramente di una invenzione del distributore, per cavalcare il successo della prima. Che non fossero parenti nemmeno alla lontana, ce ne siamo tutti accorti subito: a Mila vanno tutte per il verso giusto, la madre sembrava morta ma poi riappare, si fa il più bello della scuola e tutti sono amici suoi. Se non fosse per l’allenatore Daimon, che martella le sue allieve di cazzotti ad ogni occasione, sembrerebbe quasi un cartone per bambini.

Comunque, anche qui c’è poco da scherzare; se Velasco ha portato le ragazze azzurre in vetta al mondo, è perché da bambine, anziché sognare di farsi inchiappettare da giovani calciatori strapagati, volevano tirare anche loro palle invisibili e uragani tascabili.

Una certa parentela, drammaturgicamente parlando, probabilmente intercorre invece tra Mimì Ayuhara e la più paraculata testa di serie del tennis internazionale: Jenny, che,  manco a dirlo, non si chiama così, bensì Hiromi Oka. Ma d’ora in poi non tornerò sull’argomento: è così per tutti i doppiaggi. Jenny la Tennista è una ragazzina piena d’entusiasmo che, benché virtualmente incapace di tenere in mano una cazzo di racchetta, decide di partecipare ai tornei liceali per poi, magari, puntare più in alto.

E tanto per cominciare col piede giusto, finisce invischiata in un curioso rapporto amoroso che la vede impegnata attivamente, e allo stesso tempo, col capitano della squadra maschile, con la miglior giocatrice del liceo (una sorta di maitresse in fieri, nota col nome di “Madame Butterfly”) e con il proprio allenatore il quale, benché la tratti abbastanza bruscamente (le stangate sulle gengive essendo il metodo principe di allenamento di queste terre, a quanto pare), decide che forse non sarà in grado di tenere in mano una racchetta, ma qualcos’altro lo prende in mano che è un piacere. Vabbè, questa è una discutibile illazione mia: ma allora, perché le spiana la strada di continuo, quando è evidente che è la regina di tutte le incapaci? Si sa, a pensare male si fa peccato, ma di solito ci si indovina. La simpatica Jenny, da parte sua, non è che si faccia tanti problemi; gioca su tutti e due i lati della sponda, con grande liberalità.

E questa sua capacità di leccare il culo ed altre cose ancora, sia essa impegnata in evidenti kermesse saffiche o più tradizionalmente eterosessuali, viene tra parentesi molto ben vista dalle sue compagne di squadra che, oltre a farsi un mazzo tanto per arrivare sin lì (solo per essere ignorate), sono pure capaci, guarda il caso. Di qui prendono il via quelli che sono i veri lati divertenti della serie, vale a dire: le carognate alla tennista arrivista. In breve, tutte le sue compagne di liceo cercheranno in modi sempre più creativi di farle la ghirba; si parte da una semplice puntina da disegno in una scarpa, per poi infierire vieppiù fino alla sopravvenuta necessità di procurarsi un arto artificiale in seguito alle varie e ripetute lesioni allo stesso piede: il solito campionario di scherzi goliardici, vetro nella minestra, benzina nella lampadina, abbonamenti al Club degli Editori, cose così.

Senza contare che le avversarie selezionate per lei di solito sono talmente gonfie di ormoni da esibire baffi a manubrio e bicipiti da trapezista slavo, in grado di staccare la testa a un ippopotamo con un rovescio distratto. La serie, comunque, finirà in bellezza, e tutte sotterreranno i propri rancori. Il sospetto che Jenny abbia svolto opera, come dire, di persuasione nei confronti delle compagne è forte; ma non abbiamo prove concrete.

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