Mazinga è meglio del Prozac. Diciassettesima puntata

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aprile 3, 2014 di carlovanni

Non c’è da stupirsi più di tanto, di queste mirabolanti imprese; non vorrei rivangare antichi malumori, ma ho il sospetto che i giapponesi, riguardo agli effetti delle atomiche che gli USA hanno loro inavvertitamente sganciato, non siano stati del tutto sinceri. E comunque, dopotutto, siamo alla seconda generazione dei mostri del calcio.

C’era già stato chi era in grado di compiere prodezze simili.

Holly e Benji sono un prodotto relativamente recente, confrontati al suo predecessore, “Arrivano i Superboys” (un titolo emblematico), che da noi è arrivato nel 1982 (ma che casualità!), già vecchio di dodici anni. Shingo Tamai e i suoi allegri compari si sono presentati al mondo del pallone senza sapere nemmeno che questo è fatto di esagoni cuciti (da bambini di che età, non ha importanza), ma fieri di una tradizione guerresca a tutto tondo.

I nostri calciatori fanno 3 serie da 100 di crunch, per gli addominali? Loro si fanno passare sopra tutti gli alpini della “Julia”, con tanto di chiodi negli scarponi e gavette di ghiaccio.

Dieci minuti di dribbling e palleggio? Roba da bambini: i Superboys, si legano una utilitaria a ciascun piede, e poi corrono in salita con un dobermann alle calcagna.

I nostri fanno un’oretta di defatigamento, due righe, poi si fanno tatuare e via, a figa tutta notte? I Superboys vengono tenuti a stecchetto; non mangiano, non bevono, viene cucito loro il culo e vengono loro mostrati film porno anni ’80, di quelli col pelo sotto le ascelle, che possono guardare solo con le mani legate – così diventano belli aggressivi.

Sopra tutti, sono da menzionare lo spirito di sacrificio e la perseveranza di Shingo.

Quando, nella prima puntata, si palesa alla squadra, sostiene di essere un discreto campioncino, per poi sputtanarsi chiedendo “Sì, la palla è qua, ma non vedo la mazza”; a questo punto, appare dolorosamente chiaro a tutti che si tratta di un terribile equivoco. Rimedia grazie ad una serie di allenamenti personalizzati studiati apposta per lui dal sagace Teppei Matsuki, belva dal volto umano che lo cura in modo personalissimo. Cinquecento dribbling su e giù per il campo; al piede, una palla medica di cemento armato. Cinquemila calci ad una putrella di ferro, che si rinforzano le caviglie. Appeso per l’uccello alla traversa per una settimana, a tirarsi su di reni. E’ chiarissimo che, di metodi di allenamento, e in generale di calcio, Matsuki ne sa tanto quanto lui; è solo che ci gode a vederlo soffrire. E noi, sadici, pure.

Però, può essere che si tratti di un grossolano fraintendimento, e quello che a noi sembra un insieme di torture degne dei sogni più malati di De Sade (che era un mostro solo sulla carta e nella realtà, al massimo della perversione, deve avere praticato si e no una pecorina), loro lo intendono come un complesso di salubri misure igieniche.

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