Mazinga è meglio del Prozac. Sedicesima puntata

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marzo 13, 2014 di carlovanni

Capitolo sesto

Adesso, capiamoci bene: persino io, che non sono certo un asso dello sport, non è che proprio non abbia mai giocato a calcio. Dopotutto, sono italiano; il pallone ce l’abbiamo nel DNA, al posto della doppia elica (e questo spiega molte cose, immagino), e ai miei tempi, corrotti da tante leggende metropolitane, eravamo abituati a stare lì come dei fessi a calciar la palla contro il muro per giorni interi, nell’attesa che passasse un talent scout della Juve o dell’Inter e ci notasse. Questo, naturalmente, era prima dei tempi attuali, prima che fosse dolorosamente chiaro che l’ingresso nel calcio dipende dal reddito di papà, e che l’abbinamento calciatori / veline è funzionale alla creazione di una nuova razza superiore: fighi, depilati, privi di mente; perfetti, insomma.

Dicevamo: ho giocato a calcio pure io, e sono sicuro che il campo, per quanto le misure di quelli non omologati siano piuttosto variabili, non può misurare quanto vogliono farmi credere gli autori di “Holly e Benji”, uno dei tanti cartoon nipponici a sfondo psicosportivo che ci rende l’idea di quale dev’essere, in questi argomenti, la loro confusione (e la loro frustrazione, di conseguenza). Considerato il fatto che la visuale del campo segue in maniera molto evidente la curvatura terrestre, alcuni puristi hanno effettuato un elementare calcolo trigonometrico (lo trovate facilmente sul web, ed è molto convincente) per appurare che la lunghezza deve essere di circa 18 chilometri, metro più, metro meno.

Il che spiega anche perché sia evidentemente stato costruito su di un promontorio: 18 km di pianura, in Giappone, se mai ci sono stati sono stati adibiti a qualcosa di produttivo già da tempo.

A parte le fantasiose trame delle varie puntate, ci sono tanti problemi logistici dei quali gli autori non ci hanno mai parlato. Ad esempio, con queste dimensioni, ventidue giocatori risultano per forza un po’ dispersi; il fatto che si incrocino per scartarsi mi fa pensare che la larghezza del campo sia molto ridotta, che so, quindici metri, al massimo. Insomma, una striscia d’erba persa tra le montagne. Finchè sono tutti a centrocampo, tutto fa brodo; ma quando cominciano le azioni, è un casino. Che moduli usare, in queste condizioni? Alcuni suggeriscono l’1-1-1-1-1-1-1…1-1-1, per semplicità; detto anche “catenaccio alla giapponese”, è l’unico che permette di coprire le varie sezioni del campo.

Mi immagino anche che quando uno faccia goal, dall’altra parte lo vengano a sapere circa un quarto d’ora dopo, e che quando la partita finisce i portieri raggiungano gli spogliatoi quando gli altri sono già tornati a casa per cena (meno file alle docce, quindi). Bisogna giocare molto presto o molto tardi, sennò si rischia di giocare da un lato in notturna e dall’altro no, col sopravvenire della sera; così come può accadere che in un’area piova, e nell’altra splenda il sole, con grave rischio per la salute degli atleti (che indossano tutti la pancera del dottor Gibaud, presumo).

Comunque, considerato il copioso numero di azioni che si vedono, penso che il calcio nipponico funzioni un po’ come i film di kung fu cinesi: un certo numero di protagonisti, e una gran massa di comparse che sono lì solo per farsi ammazzare, o, nel caso in questione, per intervenire in scivolata sulla palla, arrivando improvvisamente dalla ottava dimensione e riuscendo, peraltro, solo a rasare un po’ il manto erboso.

La lunghezza del campo, tuttavia, non è affatto di ostacolo ai bomber, che per risparmiare il fiato tirano di norma direttamente dal centrocampo. Il normale tiro in porta, come a questo punto si può ormai facilmente comprendere, non è nulla che un normale essere umano possa provarsi a fermare: il pallone copre novemila metri di campo in circa 5 secondi; fanno 1800 m/sec, laddove un proiettile di fucile viaggia appena a 6 – 700 m/sec. Infatti, le palle giapponesi, non omologate dalla FIFA, sono composte di materiali top secret, dalla densità simile a quella del linoleum; nonostante ciò, l’urto violentissimo le deforma a mo’ di banana volante, salvo poi fare buchi tipo proiettili da obice se colpiscono un muro di cemento armato. La traverse e la rete, invece, resistono senza problemi a queste orribili sollecitazioni meccaniche, forse perché realizzate l’una in adamantio, l’altra tessuta direttamente da Spiderman, che di reti se ne intende.

Quello che più ci sorprende, tuttavia, riguardo al tema degli impatti della palla è il fatto che di solito tutti i giocatori arrivino vivi, benché lesionati in maniera potenzialmente mortale, alla fine della partita. Già correre per circa 80 chilometri senza posa per due ore e trenta (anche i tempi, giocoforza, sono dilatati) dovrebbe essere proibitivo per un normale organismo dotato di polmoni inferiori, per superficie ossigenante, a quella dello stato del Delaware; poi, sembra che qualcuno abbia tralasciato di spiegare ai giapponesi che lo scopo principale del gioco è tirare la palla in porta, non addosso agli avversari. Capisco che sia più divertente, ma non si prendono punti, per questo.

Ma i veri miracoli non si effettuano in campo, dove non è che si assista a tutto questo sfoggio tecnico (correre, saltare, spazzare, centrare l’avversario in nuca con una bomba da 15 chilotoni, tutto qui), bensì tra i pali, dove sono posizionati semidei che, ormai, di umano hanno ben poco, tranne il vestiario.

Questi missili Pershing lanciati a 6 volte la velocità del suono che sono i tiri in porta vengono fermati dai portieri con il solo ausilio di un paio di buoni guanti, che devono, però, essere rivulcanizzati ad ogni parata. La palla raggiunge la delicata architettura di falangi, scafoidi, falangine, falangette e metacarpi, che potrebbe realisticamente trasformare in un impasto tipo pizza fatta in casa, per essere fermata di botto, senza che neppure il portiere abbia dovuto piegare i gomiti per assorbire il terrificante impatto; talvolta, però, si mette a ruotare su se stessa, dando luogo ad un attrito volvente in grado di scaldare i guanti al calor bianco (per cui immagino che, ragionevolmente, siano in parte tessuti in amianto).

I portieri di questo cartoon, per sprezzo dei normali limiti imposti agli umani, prima della partita spesso si accecano volontariamente, tramite cappelli, ciuffi, schiuma da barba o altro dio sa cosa negli occhi.

Per contrastare questa evidente superiorità evolutiva, gli attaccanti hanno, dalla loro, sviluppato tecniche molto interessanti. Scordatevi la normale palombella, o il tiro a effetto dalla bandierina; roba da giardino d’infanzia. Questi lanciano per aria il pallone e lui, come un Messerschmitt all’agguato, è capace di stare lassù anche per una mezzora, per poi infilarsi nell’incrocio dei pali non appena il portiere dà segni di cedimento psicologico, o deve pisciare, o comunque finisce per distrarsi (tipo, gli arriva il risultato della partita, dati di venti minuti prima); è solo allora, infatti, che la mirabile sfera, ruotando vorticosamente su se stessa, piomba giù dalla stratosfera, si infila in rete, dando l’impressione di avere una intelligenza sua propria (e invece, pensate, è solo l’effetto che le è stato abilmente impresso).

Campioni del calibro di Del Piero e Zidane hanno recentemente confessato (la realtà supera la fantasia) di essersi appassionati al calcio tramite questo cartone animato, che è per loro stato fonte di grande ispirazione. Immagino che questo, in un senso o nell’altro, spieghi molte cose.

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