Mazinga è meglio del Prozac. Quattordicesima puntata

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marzo 6, 2014 di carlovanni

Poi, ultimo esempio che vado a citare, ma non certo il più edificante, le creature che mi hanno tolto per sempre il gusto di andare lietamente per boschi.
Monocromatici. Petulanti. Asessuati, o almeno, c’è da sperarlo, perché la sola idea di sorprenderli a fare sesso è sufficiente a farmi rivoltare lo stomaco. Quattro dita per mano, come la Cosa dei Fantastici Quattro; perennemente impegnati in viziose parodie delle attività umane. Alti due mele, o poco più. Celebrati da Cristina D’Avena.

Insomma, avrete senz’altro capito che sto parlando dei diabolici Puffi, le fastidiosissime bestiole uscite dalla matita di Peyo che hanno, dapprima lentamente, poi con inesorabile progressione, preso il controllo dei palinsesti Mediaset per molti anni, e che ancora non danno segno di volersene andare. Anzi, usciti dal teleschermo, hanno preso a colonizzare edicole, librerie, negozi di gadget di ogni genere, e oggi si fa fatica a trovare una casa normalmente abitata (sì, quelle dove ci sono madri, mogli, nonni, zii, nipoti, bambini, etc., mica quelle delle riviste d’arredamento…) che non rechi su di sé, in una forma o nell’altra, tracce di queste invadenti creature.

Ogni Puffo ha un suo nome che lo caratterizza, richiamando il carattere; ovvero, anziché chiamarsi Giorgio, Marco, Peppino, Luigi, Pusceddu, essi portano già insito nell’appellativo quello che puoi ragionevolmente (o anche no) aspettarti da loro: abbiamo così Puffo Quattrocchi, che appunto porta gli occhiali ed è l’insopportabile saputello della compagnia, Puffo Goloso, che in realtà ha in sé i mezzi per suicidarsi, in quanto pasticcere, Puffo Forzuto, che non credo necessiti di altre spiegazioni, Puffo Inventore, tanto e quanto, e vari altri, fino al Puffo Brontolone, che in ultima analisi non ha alcun altro scopo nell’esistenza se non frantumare le palle al prossimo coi suoi commenti inopportuni e non richiesti (in ciò, abbastanza simile a tante persone che, se mi sforzo un attimino, mi vengono di sicuro in mente…).
Tutto sommato, essendo l’uno indistinguibile dall’altro, il riconoscimento tramite nome descrittivo è una cosa molto pratica. Solo, mi chiedo: cosa impedisce a questi diabolici esseri, non visti, di scambiarsi le identità? Ecco, appunto: niente…

Sono calvi? Hanno dei dreadlocks da rasta, creste da mohicani? Non lo sa nessuno, in quanto non li si è mai visti abbandonare il cappello, nemmeno per dormire.

Chissà che c’hanno, là sotto.

E quanto a questo: nessuno li ha mai nemmeno visti togliersi le braghe.

Chissà che c’hanno, là sotto.

A capo di una struttura tutto sommato piramidale c’è un tizio chiamato Grande Puffo, uno dei pochissimi (in effetti, sono solo 3) a differenziarsi esteticamente dal resto, in quanto reca i segni dell’età (542 anni, gli altri, sembra, solo 100) sotto forma di una discreta barbetta bianca. Nonostante la sua evidente voglia di darsi da fare, peraltro, non sembra godere di una particolare autorità; sì, certo, se lo filano, il suo giudizio è rispettato, ma nel complesso la piccola comunità sembrerebbe potere andare benissimo avanti senza di lui. Anzi; forse, anche meglio. Sì, perchè non è che poi sembri avere tutte queste risposte; il villaggetto va avanti praticamente da sé, come uno di quei mastodontici orologi bavaresi con le figurine a molla, salvo che irritazioni esterne non lo prendano in mezzo generando la possibilità di un cambiamento che sia uno.

Motore inesauribile, ed inesausto, della mutazione è il deuteragonista della storia, lo stregone Gargamella, che assieme al suo gatto (o famiglio?) Birba ha la fissa di catturare gli ominidi blu per i suoi esperimenti non meglio specificati (a volte pare li voglia semplicemente mangiare: a me, fanno venire il voltastomaco solo a guardarli), finendo sempre drammaticamente scornato nel tentativo.

Ora…come dirlo, più chiaramente di così?

Io ho sempre fatto il tifo per Gargamella.

Detesto, i Puffi, non li posso vedere.
Quelle vocine blese e fastidiose, la morbosa attitudine alla gregarietà, il linguaggio da deficienti (tre quarti dei loro sostantivi, avverbi e predicati verbali sono composti della parola –puffo)le motivazioni imperscrutabili e fors’anche preoccupanti, il loro affaccendarsi da api fasullissimo, che nasconde chissà quali segrete trame, quali macchinazioni…

Se fossi io, Gargamella, risolverei il problema alla radice: un bel Caterpillar, o meglio, il corrispettivo dell’epoca (forse, medioevo, o giù di lì), e via, piazza pulita.
Una bella frittata di Puffi; tanto, sono estremamente stanziali, starebbero lì a difendere il loro orticello immolandosi come i Cosacchi di fronte ai Panzer tedeschi.

Non sarebbero arrivati sino a noi; vabbè, avremmo Gargamella, ma ce ne saremmo fatti facilmente una ragione. E’ uno, fesso, controllabile.

I Puffi, invece, sono praticamente inarginabili. Te li ritrovi dappertutto.

Oltre al Grande Puffo, esistono, per quanto mi ricordo, solo poche altre variazioni sul tema classico (cioè, maschio, in apparente età lavorativa, faccia da cretino): Puffetta, Baby Puffo, i Puffolini, Bontina, Nonno Puffo e Nonna Puffa.

Puffetta è…l’unico piano veramente ben riuscito di quell’emerito coglione di Gargamella, il solo che potrebbe veramente distruggere i Puffi, a lungo termine. Sì, perchè l’ha creata lui, in laboratorio; non so bene cosa si prefiggeva, inizialmente, fatto sta che Puffetta si è ribellata, e si è unita spontaneamente ai Puffi.

Cioè; in teoria, il piano di Gargamella è fallito.

E proprio in questo sta la sua diabolica bellezza, e la sua grande efficacia: nel fatto che non ha alcun bisogno di Gargamella, per funzionare.

Basta la biologia.

Provate a pensare ad un ingranaggio perfettamente sincronizzato, nel quale qualcuno butta una tonnellata di sabbia. Ecco, potrebbe essere una buona metafora per descrivere una società totalmente maschile, nella quale qualcuno, all’improvviso, inserisce una donna.

Perfetto. Nel lungo periodo, finiranno per autodistruggersi.

Per affiancare la povera Puffetta, con la motivazione che, essendo l’unica femmina del villaggio, si sente sola, e “si stanca troppo” (affermazione che io trovo un attimo preoccupante; poi, fate voi…) i Tre Puffolini (originariamente, puffi normali, ridotti all’età di 10 anni da un incidente) creeranno a un certo punto Bontina, essere abbastanza inutile, nell’economia della storia.

Nonno Puffo e Nonna Puffa, invece, vengono da fuori del villaggio; la loro apparizione, per me, è stato semplicemente il colpo di grazia, perché faceva intuire uno scenario in cui non solo i Puffi giravano a piede libero nel mondo esterno (quindi, non solo nel loro fottuto villaggio, ma magari anche a Cape Canaveral, nel sottopasso della tangenziale, nel tinello di casa vostra) ma, addirittura, essendo provvisti di sessi come noi, potevano addirittura riprodursi.

Non c’era bisogno di altro, per mandarmi in paranoia.

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