Fenomenologia del Poverino

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febbraio 17, 2014 di carlovanni

Non esiste gruppo umano che possa dirsi completo se non ospita il rappresentante di una razza che da milioni di anni vive e prospera sul nostro pianeta, alla faccia di tante difficoltà. 

Uno, ed uno solo alla volta; s’intende; perché due entrerebbero immediatamente in asprissima competizione per le risorse naturali.
Sto parlando del Poverino, una specie di individuo che l’evoluzione ha portato a tratti caratteristici e molto vantaggiosi dal punto di vista adattivo.

Il Poverino reca con sé le stigmate di un destino avverso sin dalla nascita. Di solito è il più debole della covata: un soffio al cuore, un intestino lasco, una caviglia debole; anemia, occhiali da vista, torace stretto, parto difficile, inabissamento di comete nel tratto di mare dietro casa, e simili segni.
Per questo è sottoposto ad una massiccia dose di cure, molto più che il resto della figliolanza. E ci si abitua.

Crescendo, questi suoi tratti andranno miracolosamente sparendo, salvo ricomparire a tratti nel momento del bisogno; e si vedranno allora gesucristi di cento chili e passa fottersi interi stipendi a puttane e coca per una tirata di 60 ore, per poi ammettere la propria sconfitta nell’atto di dover fare una telefonata di cortesia ad un amico o ad un fratello in difficoltà: proprio non se la sentono, il soffio al cuore non lo consente loro.

Il Poverino di norma segue una strategia di questo tipo:

– arriva in un gruppo tenendo un profilo basso o bassissimo, spesso indossando occhiali da vista benché abbia 20/20, o camminando rasente le pareti per paura di esporsi troppo;
– parla molto e con un tono di voce basso, oppure addirittura non parla affatto, ascolta e basta; i suoi interlocutori preferiti sono donne, specie se bistrattate dall’estetica o dalla sorte, e persone autorevoli ma tenute per necessità professionali a fingere umiltà, quali ad esempio preti, badesse, matrone cornificatrici;
– racconta storie di sé che farebbero piangere un sasso basaltico, e in cambio si appropria delle mille minute confidenze dei suoi interlocutori più deboli e bisognosi, che pian piano cominciano a dipendere emotivamente da lui (o lei, qui semplifichiamo);
– gradualmente, comincia a dispensare consigli e a fare piccoli piaceri, a tenere compagnia a persone bisognose e sole, rendendole in breve dipendenti dalla sua presenza (minimale ma concreta);
– infine, stringe il laccio e, come Giovanni Rana, dopo aver mimato benevolenza, copia l’ospite, lo risucchia, lo scopa, lo rende un creditore vita natural durante e infine comincia a diradare la propria presenza.

Essendosi preparato il campo prima, naturalmente, nonostante le tante ed evidenti vigliaccate da principio nessuno lo ostracizzerà; no, perché il Poverino è visto come innocuo, da proteggere. Del resto, di solito vive ancora a 30, 40 anni con la mamma, o con una vecchia zia, e possiede gatti di cui possiede numerose foto da mostrare alle amiche.
E’ eternamente scacciato – non per sua colpa, ma per ingiustizia – da posti di lavoro, compagnie, compagni, amici e parenti, eternamente mal compreso, sottostimato, sottopagato; lui, non tradisce mai, non è mai crudele, non prende mai parte in gesti e comportamenti troppo bruschi o poco corretti.
E in seguito a questo, eternamente coccolato, compianto, ricercato dalle persone che, pur di non piangere se stesse – come dovrebbero evidentemente fare se avessero un po’ di coraggio o lucidità – sono disposte a piangere chiunque altro.

Il Poverino, col suo aspetto innocuo, non aggressivo, non belligerante, può letteralmente ridurvi ad un guscio vuoto nel giro di pochi anni, al termine dei quali scoprirete che vi ha semplicemente usato e gettato via come una vecchia ciabatta; ma non potrete farvi compiangere a vostra volta da nessuno, in quanto saranno tutti troppo occupati a compiangere lui per la brutta fine della storia con voi.

La Natura, che in assenza di parole e definizioni può fingersi spesso più innocente del consesso umano, ha anch’essa il suo corrispettivo di questa letale categoria. Ma non ha un nome per essa. Il nome, nuovamente, ce lo mettiamo noi, e lo chiamiamo “Cuculo”.

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