Mazinga è meglio del Prozac – decima puntata

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gennaio 23, 2014 di carlovanni

Ma con Heidi, nonostante il nome da reginetta del porno, ancora era filato tutto liscio.

Semmai, la sua vera colpa fu questa: di aver convinto il pubblico che un personaggio dei cartoon degno di rispetto dovesse, necessariamente, essere un povero orfano sfigato, bersagliato dalla sorte, maltrattato dalle genti; che insomma, il divertimento per mamme e figli dovesse consistere nel guardare le disavventure di qualcuno più sfigato di loro.

Ed ecco infatti palesarsi subitanea un’orfana: Candy Candy, destinata a rendere piena giustizia al nome di battesimo, degno di una star del Gang Bang System.

Una volta tanto non tratto da romanzi strappalacrime europei, ma invenzione originale made in Japan (e ne porta tutti i tratti di sessualità repressa), “Candy Candy” narrava la storia di un’orfanella che, ricevuta un’educazione a dir poco discutibile, si faceva largo a colpi di cosce, non c’è altro modo di dirlo, attraverso i teatri di Inghilterra e Stati Uniti, nel periodo tra la prima e la seconda Guerra Mondiale.

Innumerevoli i suggerimenti subliminali che hanno trasformato le inconsapevoli, innocenti bambine italiane in quel mucchio di casalinghe disperate frustrate nella ricerca di sesso che sono oggi le donne moderne. Quanto agli uomini, vale lo stesso discorso; se Candy Candy la dà a tutti, perché a me no? E così, uno cresce con già un piede nella depressione, per scarsa autostima.

Facciamo qualche esempio:

– Candy Candy cresce nella “Casa di Pony”, e già il riferimento equivoco, nella totale assenza di cavalli, è molto sospetto;

– Sulla collina dove si ritira quando è triste, incontra un giovane che la seduce suonandole qualcosa con la sua cornamusa;

– Viene adottata da una famiglia che la mette a fare la cameriera, e la fa dormire nella stalla (che cazzo la adotti a fare, allora? Mah!);

– Presto, Candy si fa amica l’intera famiglia Andrew, e in particolare con Anthony, Stear ed Archie (tranquilli, se li farà tutti e tre, c’è posto per tutti);

– Naturalmente, non bastandole ciò, si invaghisce di Albert, strano tipo che vive da solo in mezzo ai boschi;

– Successivamente, si getta a pesce morto su Terence Grandchester e, più tardi, su Neal, per poi rifiutarlo e finire col farsi lo Zio William, che poi non è altri che Albert (il lunatico), che si scopre infine essere il famoso suonatore di cornamusa che per primo l’ha deflorata.

Il tutto, ovviamente, passando per i campi di battaglia di tutto il mondo, prestando orgogliosamente servizio come infermiera; e si sa, ai malati, e specialmente ai feriti, non si rifiuta nulla…

In sostanza: l’universo mondo di Candy Candy assomiglia fortemente a quello della soap “Beautiful”, nel quale Brooke, pur vivendo a Los Angeles (che consta di circa 4 milioni di abitanti) finisce per scoparsi compulsivamente sempre e soltanto i membri (è il caso di dirlo) delle stesse due o tre famiglie; però, anche grazie ai miracoli della macchina del Tempo, per la quale riesce a rimanere sempre appetibile nonostante l’avanzare dell’età, è scrupolosa, perché riesce a farsi nonni, padri, figli e nipoti, tutto l’albero genealogico ramo dopo ramo.

Se non altro, Candy Candy, nonostante il nome da zoccola, non è così incestuosa.
In compenso, il suo arrivo darà rapidamente la stura all’assalto dei cloni.

“Georgie” era, manco a dirlo, un’orfana, probabilmente frutto di una violenza sessuale avvenuta nei campi di prigionia australiani, che viene adottata da una famiglia del posto. La quale famiglia consta di madre, padre (che morirà ben presto) e due figli, i quali, entrambe, saranno pieni di particolari attenzioni nei confronti della nuova arrivata.

Georgie corre felice nei prati, ma cade, e si risveglia di già ragazzina. Che cosa vuol dire, questo, se non uno stupro riemerso durante una seduta psicanalitica?

Tanto che in casa scoppiano furibonde liti per il possesso della giovane, che nel frattempo, non paga di ciò, concede le sue grazie a tale Lowell G. Gray, ad occhio e croce lo sboròne del posto, dimostrando così che anche una piccola orfanella, se ben determinata, può agevolmente farsi strada in questo duro mondo.

Naturalmente, data la salute cagionevole del nobile, Georgie tornerà a vivere coi fratelli. Con quel che ne consegue.

Che cosa mi sono inventato, in questa trama? Risposta: che ci crediate o no, neppure una virgola!!!

Ecco allora arrivare “Charlotte”, sul cui titolo in programmazione uno poteva anche pensare ad un cartoon su Charlie Chaplin, per quanto incongruo; eh, magari!!!

Macchè; appartiene allo stesso filone di manga denominato shojo; ossia, sentimentale, o se preferite, soap pruriginosa. Come sopra: Charlotte vive da sola col papà, in mezzo alla campagna canadese.

Ci vengono in mente scene tipo Appalachi, quei posti nei quali i vicini più vicini abitano a 200 chilometri, e nei quali una sorella vergine è, per definizione, una sorella veloce. Il resto, ve lo risparmiamo; il solito contorno di morti genitoriali e ricerche spasmodiche di parenti ed affini.

Questo, disgraziatamente, è solo l’antipasto.

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