Mazinga è meglio del Prozac – terza puntata

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gennaio 9, 2014 di carlovanni

Il successivo robottone a fare la sua comparsa fu il Grande Mazinga, così chiamato per distinguerlo dal predecessore Mazinga Z (in Italia, arrivò più tardi, ormai prodotto visibilmente vetusto; non vale la pena di parlarne): lo pilotava il simpatico Tetsuya, uomo che non ha mai imparato ad allacciare le cinture, visto che una puntata sì ed una no lasciava i denti nel cruscotto, e del quale, nell’episodio 16, abbiamo una istantanea del culo da far imbizzarrire l’intera parata del Gay Pride; questo, mentre i piccoli spettatori italiani, ormai in procinto di manifestare una realtà ormonale propria, si chiedevano dove si potessero trovare (non c’era ancora il Wonderbra) tette come quelle di Venus Alfa, il robot che, in questa serie, incarna il ruolo della fidanzata di Walker, Texas Ranger, nell’omonimo telefilm.

Vale a dire, busca finchè arriva  il maschio a salvarla, con buona pace di dieci anni di femminismo di allora.Tanto, come in tutti gli altri cartoni sui robot, non si scopa mai; e allora, un po’ di sano maschilismo può trovare il suo naturale sfogo.

Il Grande Mazinga è un prodotto molto più modesto di Goldrake: alto solo 25 metri, pesa solo 32 tonnellate (ma cos’è, di balsa?), e fa solo i 450 km/h (del resto, Goldrake saltava un chilometro in alto, Great Mazinga, 30 metri: praticamente, la copia di Taiwan…), però se la cava bene contro il nemico, stavolta autoctono, costituito dalla razza sotterranea dei Mikenes, per i quali si è pescato nella mitologia di tutto il mondo.

Sono incredibilmente più in gamba dei Vegani, questo bisogna loro riconoscerlo; però, qualche tratto di cretinismo incommensurabile ce l’hanno. Altrimenti, non si sarebbero estinti, ovvio.

Ad esempio: il loro più grande problema è capire da dove cazzo salta fuori, tutte le volte, quel fottuto Mazinga, pronto a rompere loro le uova nel paniere.

Ora, a parte che bastava loro guardare una puntata del cartone animato, per saperlo; comunque, la risposta è molto semplice. C’è un unico specchio d’acqua delle dimensioni sufficienti a nasconderlo, forse in tutto il Giappone. Esce sempre di lì. Avete bisogno di uno schema? Macchè, niente, lo aspettavano sul campo, dove lo gonfiavano come un cotechino, per poi vederlo, immancabilmente, trionfare, anche se sempre a caro prezzo. Molto, molto più fragile (ogni volta tornava alla base trinciato e mancante di qualche pezzo fondamentale) e molto, molto più fantasioso e umano di Goldrake, Mazinga ha avuto i suoi numerosissimi estimatori.

Mai quanti il successivo Jeeg Robot, però.

Questo cartone aveva un sacco di numeri; intanto, era disegnato bene; poi, tutto il soggetto si basava sulla storia e la mitologia giapponesi, chiamando in causa, a mo’ di cattivi, di nuovo una antica civiltà terrestre, che sorgeva dall’oblìo per distruggere, guarda il caso, Tokio e città limitrofe (i giapponesi sono ricostruttori incredibili, peggio delle termiti).

E anche l’eroe della vicenda, finalmente, era un personaggio degno di nota. Hiroshi è un ragazzo come tanti; beve, corre in macchina, ascolta la musica, occasionalmente va a figa, insomma, sembrerebbe anche uno a posto, se non fosse per il completo bianco alla Elvis Presley che indossa anche al gabinetto.

I successivi sviluppi lasciano interdetti. Non appena viene coinvolto in un incidente di laboratorio, il padre ne approfitta per inserirgli nel cuore un reperto archeologico (un po’ come se vi trovate negli Stati Uniti, e vi è scaduta l’assicurazione sanitaria): tale Campana di Bronzo, oggetto in grado di renderlo invulnerabile e di farlo trasformare nella testa di Jeeg Robot, mentre tutti gli altri componenti, disassemblati, vengono lanciati da un aereo-shelter al momento del bisogno.

Jeeg è un tizio davvero originale: un nano, confronto agli altri robot, misurando appena 12 metri di altezza per un peso di 25 tonnellate; più che un meccanismo è una specie di curioso Golem che, fino  quando ci sono componenti da lanciare, è virtualmente invincibile.

Senza contare che dispone di ricambi aggiuntivi fighissimi: scudi dentati, trivelle, addirittura un cavallo robot per innestarsi a mo’ di centauro. E che la sigla di apertura  (non era Piero Pelù, a cantarla, ma bensì tale Roberto Fogu) era un capolavoro roccheggiante da far tremare le gambe, che ti teneva incollato alla sedia mentre le gambe non potevano fare a meno di scandire il ritmo. Potentissimo. Vedere qui.

Il brano era così carismatico che ha influenzato generazioni di spettatori. Ricordo ancora, durante una Messa, una preghiera del sacerdote che lasciava spazio a pochi dubbi:

“Oh Signore…quando verrà il domani, sarà il Tuo domani…Tu, che con i Tuoi poteri salvi il futuro dell’umanità”.

Amen, rispose la comunità.

Jeeg va, risposi io.

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