Mazinga è meglio del Prozac – seconda puntata

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gennaio 8, 2014 di carlovanni

Capitolo secondo (o primo, insomma, quello lì, dopo l’introduzione)

Se lo chiedete a me, direi che la storia della gioventù italiana si può dividere in due grossi tronconi: prima del 4 aprile 1978, e dopo il 4 aprile 1978. Noi eravamo abituati a Paperino, Braccobaldo e Mister Magoo, e la sola sigla di Goldrake ci ha fatto tutti cacare addosso: i nostri genitori, pure, ma per motivi opposti.

Intanto, Maria Giovanna Elmi aveva già messo tutti in guardia contro “la natura particolare di questi cartoni animati” (e noi già pensavamo a tette e culi: sbagliato, quelli sarebbero arrivati più in là), quindi le antenne erano già belle dritte.

Sessione di fiati, uno sfondo stellato sul quale si combattevano battaglie spaziali tra macchine che vomitavano fulmini e saette, e proiettili che distruggevano metallo, e un totem cornuto alto trenta metri, che balzava di qua e di là…roba da sincope. Sì, perché se Buth Cassidy stermina quattrocento messicani dopo Carosello, va bene; ma se c’era la scena di uno schiaffo nell’orario della tribù dei ragazzi, allora era una tragedia di diseducazione. Non ho mai capito perché a Bugs Bunny, a Titti, a Speedy Gonzales e a Bip-Bip (che si chiama poi Roadrunner, ma da noi è noto per l’orrido segnale che emette quando arriva) sia lecito, al contrario, brasare, tagliare a fettine, ridurre in cubetti, frantumare, gasare, seppellire, sotterrare vivi, esplodere, schiacciare e gettare nei canyon i corrispettivi Taddeo, Wyle Coyote e Gatto Silvestro, che tra parentesi si rialzano senza un graffio. Provate col fratellino, a vedere se succede la stessa cosa.

Il titolo “Atlas Ufo Robot” era strano; in effetti, “Atlas” era la denominazione del prodotto secondo la classificazione della televisione francese, dalla quale (Antenne 2) la RAI l’aveva comprata. Se ci fosse stato scritto “Maneggiare con cura”, ci avrebbero propinato quello. E se un impiegato avesse scritto col pennarellone qualcosa di personale, immagino che la serie si sarebbe potuta anche intitolare “Merde UFO Robot”.

Ad ogni modo: ai nostri vecchi sarà pure risultato poco gradito, ma a noi, al contrario, piaceva da impazzire. Ed erano i nostri cervelli, quelli da sviluppare, mica i loro. Per cui, ce ne siamo allegramente fregati di tutte le critiche (troppo violento!), le lamentele (perché non studi?), i saggi consigli (ti fa male al cervello, agli occhi e/o al pisello), e siamo andati avanti a guardare la tele, che nel frattempo (1 febbraio 1977) era diventata a colori. Per chi ce l’aveva, naturalmente; il sottoscritto si è sorbito tutti i programmi in bianco e nero fino al 1984. Ma non mi dava fastidio; ormai percepivo il mondo in sfumatura di grigio, come i cani.

La prima ondata dei nuovi cartoni giapponesi era costituita dall’avanguardia dei robot da guerra, che furono di gran moda per almeno sei o sette anni. Una cosa bisogna dire, delle lamentele dei nostri vecchi: ce n’era una che aveva qualche fondamento. Ai loro sensi non allenati sembravano tutti uguali; e non è un caso, visto che i primi ad arrivare, Goldrake, Mazinga (Grande e Z) e Jeeg Robot erano stati creati dallo stesso autore: il giapponese Go Nagai.

E la scarsa intelligenza della  programmazione non ha aiutato nessuno.

In effetti, l’autore aveva creato per ultimo Goldrake. L’ordine giusto di quello che era da considerarsi una trilogia era questo: prima Mazinga Z, poi Great Mazinga e per ultimo Goldrake, il più raffinato, anche come disegni. La RAI, nella sua lungimiranza, ha comprato per primo l’ultimo (trasmesso dal 4 aprile ’78 in avanti), poi, molto più tardi, Mazinga Z (il primo), mandandolo in onda in una fascia oraria assurda nel 1980, quando ormai non macinava più (si vedeva lontano un chilometro, che era roba vecchia) e quando ormai le TV private si erano giocate il Grande Mazinga (quello di mezzo) nel 1979. Un disastro.

Nel frattempo, noi avevamo avuto modo di rimanere affascinati, fare tutte le speculazioni del caso e, in ultima analisi, di sviluppare una insanabile dipendenza da manga. L’intossicazione non ci impediva, comunque, di rimanere interdetti circa alcuni particolari dei cartoni, o a proposito degli sviluppi delle storie, e via di questo passo. Eravamo piccoli, non cretini.

Se foste costretti a fuggire dal vostro pianeta, in tutto l’universo, dove andreste a cercare rifugio?

Io, personalmente, farei un pensierino su Santo Domingo, le Bahamas, la Giamaica. Il padrone della stella Fleed, che si chiama, molto opportunamente, Duca di Fleed (che fantasia!), essere spaziale che, per un miracolo del calcolo probabilistico, è perfettamente umano, per quanto con spiccate tendenze omosessuali (il fatto che non si interessi alla topa è un chiaro indizio; lo stile del suo abbigliamento, una prova schiacciante) ha invece pensato bene di venire a imboscarsi in quella che immagino sia stata l’unica fattoria in stile western presente in tutto il Giappone.

Tanto per non dare nell’occhio, eh. In realtà, la scelta non è stata sua; questa bella pensata l’ha fatta il Dottor Procton (altro indizio: cosa significa il prefisso procto-, in greco?), direttore dell’Istituto di ricerche spaziali (spuntano come i funghi, da quelle parti), che l’ha raccolto morente in un fosso e ha raccontato a tutti la palla che è suo figlio, tornato dopo un lungo viaggio. Detto, fatto; il disco spaziale viene nascosto in un hangar con, dunque…la cascata, la statale, il granaio, il bosco…direi, a occhio e croce ventisette uscite.

Roba che a tutte le puntate facevamo il totofuga: da dove uscirà? Da via Montenapoleone?  Dal retro della pizzeria “Il Pacco”?

Lui, invece, Duke Fleed, prende a chiamarsi Actarus, e viene preso a mezzo servizio da un coltivatore diretto della zona, un tipo piuttosto eccentrico chiamato Rigel, che lo fa sgobbare fino a sputare sangue dall’alba al tramonto – il che ci fa sospettare che  Rigel, nonostante finga il contrario, conosca il segreto di Actarus (ovvero: è un immigrato clandestino).

Actarus vive quindi sulla Terra, per qualche tempo, una vita felice quanto quella di un bracciante negro del Mississippi prima della Guerra di Secessione, impegnatissimo a non ridere in faccia ad Alcor (figlio di Rigel) per i patetici aborti di dischi volanti che questo realizza ogni giorno (in realtà, se ci pensate bene, con quel poco che può avere a diposizione alla fattoria è un genio inarrivabile), e altrettanto impegnato a fuggire dagli agguati di Venusia (figlia di Rigel), che gliela vuole smollare a tutti i costi (altra prova a sostegno della mia tesi) prima di dover ripiegare sul proprio fratello, come spesso avviene nella migliore delle tradizioni rurali.

Le truppe di Vega, supercattivone stellare, arrivano nel frattempo in prossimità della Terra (ma pensa il caso: non c’era nessun pianeta, più pratico?) e fanno un progettino per conquistarla, organizzandosi una base permanente sulla faccia nascosta della Luna.

I generali di Vega hanno a disposizione tutte le risorse di un impero guerriero cazzutissimo; però, a giudicare dall’abilità con la quale li vedremo condurre la guerra, direi che i nemici incontrati sinora potevano essere tutt’al più esseri unicellulari, cretini, per giunta. Hydargos (una specie di iguana con la testa a cono) e Gandal (ambiguo umanoide metà uomo e metà donna: e dàlli pure) sono infatti due beoti che per capacità strategica e abilità nella messa in atto dei piani potrebbero essere parenti di Wyle Coyote.

Appena arrivati, si guardano un attimo attorno. Cosa invadere, per prima cosa? Stati Uniti, Unione Sovietica, Europa, Cina, per sbaragliare con un blitz il grosso della resistenza, e mettere le mani sulle risorse energetiche e sui materiali da costruzione? Giammai, pensano i due bravi. Invadiamo il Giappone, che non ha risorse naturali, è uno sputo in mezzo all’Oceano, e soprattutto – beh, però questa è anche sfiga – c’è Goldrake, ad aspettarli.

Del resto, non è che i Vegani (da non confondere con gli omonimi integralisti vegetariani: questi ultimi sono molto, molto più alieni) abbiano le idee molto chiare, sul come si conquista un pianeta; e c’è da chiedersi, al proposito, come diavolo abbiano fatto a mettere su un impero (anche se la mia idea sui nemici unicellulari cretini ne risulta avvalorata). La loro tattica consiste, in maniera si direbbe esclusiva, nel prendere di mira un qualsiasi centro abitato di grandi dimensioni e spargere il panico tra la popolazione civile, radendo al suolo tutto quello che trovano. Il che può essere molto utile per dare nuova linfa al mercato immobiliare, se la situazione è stagnante, ma non serve a un cazzo militarmente parlando. Goldrake, dal canto suo, appena arriva ci mette il carico da 11, e grazie alle sue prodezze vengono giù anche quelle quattro mura che magari erano rimaste miracolosamente ancora in piedi.

Il che cos’è Goldrake, è presto detto: una macchina da guerra tecnologicamente all’avanguardia, nelle sembianze di un robot antropomorfo alto 30 metri, pesante 280 tonnellate che corre a 700 chilometri all’ora e porta un palco di corna che neanche Re Artù nei bei tempi andati, il che fa una grande impressione nei nemici, anche loro in veste di robottoni direi mostromorfi, coi quali lotta senza esclusione di colpi.

Perché realizzare armi in questa forma, che lottano, si scazzottano, si mettono le dita negli occhi, si prendono a calci nelle palle e a ditate negli occhi, quando basta un normalissimo aereo per tirare giù un paese con un singolo missile? Fondamentalmente, perchè fa più figo.

Dentro Goldrake, ovviamente, c’è Actarus, che suda come un tricheco sulla graticola (complice anche un casco sicuramente non omologato, oserei dire tarocco) e urla come un ossesso il nome di tutte le azioni che compie, dal salto in lungo al raggio fotonico.

Perché lo fa? Perché deve per forza indicarci che schiaccerà un tasto, quando poi schiaccia il tasto, e cioè non c’è il comando vocale? Mi sa che è un po’ come quelli che, per andare più veloci in macchina, spingono in avanti il volante. Praticamente, un frustrato.

Un frustrato che ha a disposizione un arsenale che è il sogno di un guerrafondaio del Tennessee: boomerang spaziali, alabarda spaziale, uncino spaziale, tuono spaziale, ravioli di carne al vapore spaziali, eccetera, eccetera, contro un nemico così cretino da mandargli contro gli avversari rigorosamente 1 (uno) alla volta, affinché lui li possa seppellire più agevolmente. Perché non tre, quattro alla volta? Austerity? Dal canto suo, Actarus si giova del Tuono Spaziale (praticamente letale) solo dopo averne buscate un bel po’: perché non subito, che così si va tutti a cena? Mi viene il sospetto che le due parti si fossero accordate sottobanco: io ti mando un mostro, tu lo distruggi, poi io te ne mando un altro, e così via. Come nel catch. E la guerra va avanti, per la gioia di chi detiene gli appalti per le munizioni. Mah.

Nel prosieguo delle serie, abbiamo visto Actarus farsi man mano sempre più svogliato, cazzeggiare, prendere tempo, fino a lamentare una misteriosa ferita da “scheggia di bomba protonica” che gli impediva di combattere. Ora, se una bomba a protoni è, come penso, un’atomica, immagino che le schegge siano l’ultimo dei problemi. Diciamo la verità: il Duca di Fleed si imboscava, eccome. Tanto, c’è chi fatica per lui: Venusia, che nel frattempo ha avuto una trasfusione del suo sangue (ma anelava a ben altri fluidi), pilota il Delfino Curioso Spaziale,  Alcor il “Goldrake 2”, e la sorprendente new entry, Maria Fleed, l’Incursore Anale , o forse la Trivella Spaziale, non ricordo bene, ma tanto il concetto è quello.

Ecco, questa sorella Maria è stata una bella sorpresa. Anche lei è arrivata sulla Terra, però da bambina (ma come cresce in fretta, la pargola!!!), vede Actarus e cerca di fargli la ghirba, MA, per un puro caso (non per un tocco di melodramma, eh), lui porta un medaglione (mai avuto prima) che li fa riconoscere in tempo. Di qui alla soluzione, il passo è breve; i Vegani, divorati dalle discordie interne, praticamente si suicideranno in una serie di iniziative sempre più disperate, e vedremo presto Actarus e Maria lasciare i rispettivi Venusia e Alcor con un palmo di naso, per tornarsene da soli su Fleed (nel frattempo, non più radioattiva: ma esattamente, come passa, il tempo, da quelle parti?!?!?), per ripopolare, da soli, il pianeta.

In due? CON SUA SORELLA?!?!?

E allora, lo capite che è un pianeta di froci, incestuosi, per di più?

Beh, credo di aver dato voce alla domanda che si sono posti tutti, prima o poi.

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2 thoughts on “Mazinga è meglio del Prozac – seconda puntata

  1. Hello Spank...ing ha detto:

    Cmq i Vegani era destinati ad una fine di merda, non mangiano nulla, sono incazzosi, e stanno sempre li a puntare il dito sull’alimentazione sbagliata di noi comuni mortali, finalmente un cartone che li aveva previsti con largo anticipo, li emargina e li combatte.

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