Si leva un coro di vibrante protesta.

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settembre 27, 2013 di carlovanni

Io ho letto molte dichiarazioni imbufalite riguardo all’intervista di Cruciani a “La Zanzara” a Guido Barilla; esternazioni intelligenti, sagge, incazzate, condivisibili, piccate, stupide, banali, argute. Quello che ho fatto di diverso da tanti altri è, forse, essermela poi ascoltata, tanto per farmi un’opinione mia (DOPO aver detto qualcosa in proposito, per onestà lo devo confessare). Per comodità ve la appoggio anche qui, nel caso anche voi voleste farvi una opinione personale (lo so, è dura, ma a volte ci si può riuscire):

http://audio.radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2013/130925-lazanzara.mp3

Dov’è che dice qualcosa contro gli omosessuali? Il punto esatto, quale è? Casomai in tal senso vanno le provocazioni di Cruciani e di Parenzo, in una trasmissione di una rozzezza e bagasciaggine…stavo per dire senza precedenti, ma invece no, i precedenti si sprecano, diciamo solo che ci sono modi migliori per sprecare il respiro.

Per i più pigri, che non volessero fare lo sforzo di ascoltarsela; tutto partiva da una domanda del conduttore, “Lei cosa pensa dell’affermazione della Boldrini circa il ruolo della donna nella pubblicità?”, al che il Barilla ha risposto, in sintesi, che se ciascuno facesse il suo mestiere, chi il politico chi il pubblicitario, tutto filerebbe liscio. Non mi sembra un discorso più opinabile di tanto. A voi? download

Barilla ha affermato – a tratti in modo infelice, dando l’idea di una persona anche un attimo retrograda, sicuramente in questo aiutato dai conduttori che lo incalzavano senza pietà nella speranza di mettergli in bocca parole sulle quali poi dibattere – che la sua pubblicità, la sua azienda, si rivolgono a un certo tipo di pubblico; quello ormai leggendario e ideale in cui la mamma o la nonna si prendono su, vanno a fare la spesa e preparano il desco per amorevoli figli e solerti, fedeli lavoratori.

Il vero problema di Guido Barilla non è che il suo spot non dipinge una famiglia eterosessuale. E’ che dipinge una famiglia felice.

Immaginaria.

Nella vita normale con due figli di 8 anni lui si è visto ridurre lo stipendio da manager di un terzo e tira coca per restare giovane e produttivo, e ogni tanto si ferma in ufficio a fare straordinari con l’account della zona Varese – Bergamo, che sulla scrivania sembra una bomba del sesso ma solo perchè suo marito sposato a 26 anni l’ha lasciata per un uomo e questo tizio qui le serve per mantenere un minimo di autostima.

La mamma non serviva a tavola da 8 anni, appunto, perchè al primo parto la consapevolezza di non poter più abbandonare una relazione che si rivelava monotona e banale l’ha assalita, e ha mascherato la cosa con la depressione post gestazione; salvo poi, improvvisamente, da un anno ricominciare a farsi bella perchè l’avvocato del civico 14/c la sta corteggiando, e lei tra il senso di colpa e la sferzata di adrenalina si è perfino rimessa a fare la spesa e cucinare.

E i figli, abbandonati tra la nonna, il tempo pieno, la tata, la sindrome ipercinetica, il calcio, la playstation, il nuoto, lo judo, il pianoforte, sgranano tanto di occhi di fronte ai maccheroni, dopo anni di cuscus in scatola, di tramezzini, di biologico, di iposodico, di finger food e junk food di varie etnie.

E sicuramente tutti si siedono a tavola con espressioni ben diverse da quelle degli spot.

In sintesi: la famiglia cui si rivolgono gli spot è ideale, e quindi, immaginaria. E’ una ipersemplificazione, forse anche un desiderata, perchè se più famiglie fossero così si venderebbe molta molta più pasta. Ma le espressioni a tavola sarebbero comunque differenti.

Il tutto non nasce dalle affermazioni della Boldrini; nasce dal fatto che lei abbia ritenuto utile, o interessante, fare certe affermazioni. Capite bene che è tutto marketing; da una parte si vende l’idea di una donna emancipata e moderna, dall’altra quella di una famiglia perfetta. Tutte cose irreali.

Nel mondo reale la gente mangia quel che capita, distrattamente, in base alla disponibilità di soldi e di tempo e di prodotto negli scaffali, cucina chi ha tempo o estro per farlo, o non cucina affatto, vive e fa sesso con chi vuole o riesce secondo disponibilità e inclinazione e, in generale, se ne fotte delle pubblicità, altrimenti ormai vedreste aumentare a dismisura le vendite delle galline a uso animale da compagnia (e già vi vedo mentre coccolate la padovana e le fate un vestitino a maglia e le fate il funerale, distrutti quando muore).

E mentre questa bordata di ridicola protesta monta, e le vendite probabilmente si impennano, e mentre Barilla si scusa politicamente come da copione, mi chiedo quante sono le pubblicità in cui si mostrano famiglie felicemente gay (una tautologia in termini) nel mondo ogni giorno, e se mai i gay, posto che siano una categoria – mi rifiuto di pensarlo – abbiano mai sentito il bisogno di una pubblicità rivolta a loro, per ritenere oggi di doversi sentire offesi.

Immagino anche un mondo in cui la pubblicità perfettamente politically correct sarebbe quella in cui servisse a tavola un uomo, negro, gay, ebreo, affetto da sclerosi multipla, sieropositivo, fumatore, ex alcolista, ex carcerato, vegano, così che nessuna minoranza avesse mai a doversi sentire esclusa. Ma, posto che nascerebbero sicuramente altre polemiche di altri esclusi, mi chiedo quanti mai si sentirebbero rappresentati per correre ad acquistare il prodotto. “Dove c’è Barilla c’è questo qui?! Ma stai a casa tua cazzo!”.

L’unica cosa che mi sento di poter consigliare a Barilla è: non telefonare a trasmissioni in cui sono lì apposta per provocarti e farti sputtanare sui social network.

Probabilmente, egli non offenderà mai più crudelmente nessuno in questo modo; così potranno tutti stare tranquilli e rilassati a prendere a pesci in faccia il vicino busone del terzo piano, la divorziata puttana dell’asilo, la negra che passa lo straccio, il cinese che sa di fritto e così via.

Ma sedendosi a tavola sereni e allegri, strafatti di televisione e di cuscus in scatola.

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