L’informazione omeopatica

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luglio 29, 2013 di carlovanni

Leggo sulla scatola dello sciroppo per la tosse: Cazzillium Invertebratum, DH3; Agaropoppicus Sinistralitis, DH5; Tiramisusmigalliphis Etherovariis, DH6, e mi chiedo come cazzo faccia a far passare la tosse a mio figlio quando il cortisone non ce la fa. Eppure me l’aveva detto la farmacista, che era efficace; ma non è che io non creda nell’omeopatia, è lei che non crede in me. 

Non posso fare a meno di pensare che anche il mondo dell’informazione, in fondo, non sia una soluzione omeopatica. 

Da qualche parte, i fatti accadono realmente; poi vengono somministrati al pubblico con una diluizione tale da far scomparire per sempre il principio attivo, quale che ne fosse l’efficacia iniziale, per causare effetti, si direbbe, in virtù del suo solo remoto ricordo. 

Guardiamo in faccia la verità: non è stato il Web a uccidere il giornalismo. Il giornalismo è stato fucilato, appeso per i piedi, cosparso di benzina e acceso dal giornalismo stesso. Il Web, con la sua colossale, atomica superficiale cretineria si è avvicinato di soppiatto in un secondo momento, gli ha sparato un colpo in testa e ne ha rivendicata l’esecuzione, vigliaccamente. 

Nel momento in cui il reporter di guerra spergiura di essere a Tel Aviv, e nel servizio mentre parla si sente “Rimini, stazione di Rimini. Il treno diretto delle…”, l”informazione fa la fine del Tilacino e apre all’economia della possibilità, della fantasia vagheggiante, del ruolo dominante della narrazione nei confronti della realtà. 

Cosa c’è da stupirsi, se nessuno più legge i giornali, quando i giornali stessi fanno a meno delle informazioni? In fondo, per farsi un’idea bastano le locandine, no?

“Chiude una impresa ogni due ore”, “Dall’inizio dell’anno persi un milione di posti di lavoro”, “Meno poteri alle Province”, “La ripresa: aprono più negozi”, non sono informazioni, nè digesti delle stesse, nè tantomeno notizie. Sono gagliardetti, specchietti per le allodole, bandierine a indicare il nulla estremo; non significano “qui dentro trovate approfondimenti”, ma “comprate, comprate!”. 

Cosa significa che chiude una impresa ogni due ore? Ogni due ore, quante ne aprono? Lo sanno gli italiani che il saldo tra natalità e mortalità è attivo, e positivo rispetto agli scorsi anni? Bisogna guardare le statistiche; e allora scoprite magari che l’intero settore ceramico è sparito, e che è alle stelle la formazione, o i bar, oppure aziende di servizi online. 

Persi un milione di posti di lavoro? Ma persi dove? Quanti di questi erano immigrati, interinali, stagionali? In che mesi? I dati quando sono stati rilevati, fino a quando? 

Meno poteri alle Province? Ma quali poteri avevano? Di cosa si occupavano? DI cosa si occupano? Chi farà il lavoro che non faranno più? Con quali risparmi? Con quali vantaggi per il cittadino? 

Aprono più negozi? Ma di che genere? Sigarette elettroniche? Salumi? Abbigliamento casual? Pizzerie al trancio? E in quanto tempo chiudono? A chi servono? Quale è il loro impatto reale? 

Questo è il tenore dell’informazione alla quale siamo sottoposti, e questo è il genere di domande che un minimo di amor proprio, supportato per carità da un minimo di istruzione, dovrebbe essere rivolto in ogni istante alle fonti di questo oscuro, continuativo baccano. 

Nel momento in cui è passata l’idea che l’opinione del giornalista fosse sacrosanta, mescolata alla notizia, questa ha cominciato a deperire come un geranio nel microonde. Poi le necessità di cassa hanno fatto il resto. E oggi, la differenza tra l’imbecille che scrive in locandina che ci sono i mafiosi a Reggio (novità!) e l’imbecille che scrive sul Web che l’economia internazionale dipende da occulti traffici di ricarico del prezzo di stampa della cartamoneta non c’è più differenza visibile. Di certo l’Albo non basta a difendere i cosiddetti professionisti di fronte alla marea incalzante degli opinionisti. 

A proposito: una notizia è una notizia, e un’opinione, è una opinione. E basterebbe poco per distinguerle, se non fosse per il fatto che buona parte delle notizie in circolazione si basano sulle opinioni precostituite che sono in voga, oppure mirano ad orientarle.

Quanto a me, sebbene una diluizione DH3 sia in fondo quasi una roba concreta (solo una potenza di 3, che vuoi che sia), mi sono persuaso che a fare effetto potrebbe benissimo essere quel 4-5% di alcool usato in soluzione. Che poi, potrebbe essere anche una lezione di vita. Meditiamoci. 

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