Signore della Luce, di Roger Zelazny

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aprile 2, 2013 di carlovanni

La prima volta che ho letto qualcosa sull’India dev’essere stato in “La rivincita di Tremal-Naik”, di Salgari. Bruciato in un pomeriggio, forse avevo sei anni. Certamente, Tremal-Naik è più fico di Sandokan, anche se è diventato famoso solo per le scarpe che indossa.

La seconda, con una specie di raccolta – ho scoperto poi essercene una intera serie, una per ogni parte del mondo – pescata sui banchi delle scuole medie, dalle suore: “Racconti e leggende dell’India”, di Robert Fougére. Qui il passo si è andato decisamente allungando, e siamo passati dalle avventure di un cacciatore di serpenti alla guerra fratricida del Mahabharata e oltre ancora. 

La terza, durante la mia lunga fase Fantasy, nel momento in cui Editrice Nord non pubblicava ancora romanzetti rosa e aveva in pubblicazione il fior fiore degli autori del fantastico di tutto il mondo, che in Italia, salvo per loro o per Fanucci o per rapide, sporadiche puntate spesso fallimentari di Mondadori, erano – e sono ancora – praticamente sconosciuti. Gente del calibro di Jack Vance, Michael Moorcock, Poul Anderson, Alfred Bester, Harry Harrison, Tim Powers, giusto per citare cinque o sei che hanno vinto tutto e quasi tutto mentre da noi eravamo persi dietro ad Asimov e Brooks (l’eccezione è come sempre regola: Mondadori nella collana Urania, interminabile, si è fatta carico di tutti, sempre).

Stavolta è stato il turno di “Signore della Luce”, di Roger Zelazny, uno strano uccello in cui la fantascienza più classica – quella speculativa, alla Van Vogt – si mescola alla prospettiva sociologica alla Vance e all’intero patrimonio della cultura mistica e religiosa dell’India induista e buddhista.

Vi si narra la storia di una nave che giunge dalla Terra con un carico di persone tra i quali molti sono mutanti, in possesso di poteri straordinari, e arrivati in un pianeta terraformabile lo colonizzano portando con sè tecnologia e tradizioni del mondo perduto; in molti pretenderanno di essere déi ed esercitare un potere assoluto su questo mondo, e in pochissimi, capitanati da uno dei primi coloni, Sam, vi si opporranno.

La storia in se stessa come vedete non è niente di speciale. Anzi, messa giù così è proprio banale, e poco invoglia il lettore che abbia superato gli 8 anni di età e la lettura dei classiconi degli anni ’40, quelli che pensavano di essere originali – e all’epoca lo erano – prendendo storie fondamentalmente western e infilando sui protagonisti un casco spaziale in luogo dello Stetson.

Il punto è che si tratta di una storia di Zelazny.

Roger Zelazny faceva parte di quell’ala cosiddetta “New Wave” che raccoglieva il meglio della capacità di inventare mondi della generazione passata – quella degli anni ’50, con Pohl, Vance, Sheckley, Dick, Leiber, Matheson – ed era contemporaneamente in possesso di un linguaggio comunicativo moderno e di una cultura spesso di notevolissima portata; i suoi coevi furono Harlan Ellison, Michael Moorcock, Farmer, Delany, Silverberg, Wolfe, Ballard e Brunner, gente che ancora sapeva scrivere storie, prima dell’avvento – da loro in realtà causato – di una generazione molto pop, molto snob e fintamente intellettuale che ci consegnò l’illeggibile Cyberpunk, esperimento molto spesso autoreferenziale che ci porta poi al nulla assoluto che viviamo oggi in questo campo, con eccezioni così limitate che quasi non vale la pena di parlarne (anzi, facciamolo: giganteschi, Lois McMaster Bujold, Martin e poco altro).

Descrivere Zelazny come “uno scrittore di fantascienza” è una delle cose più superficiali che si possano fare.

Zelazny, uomo di enorme cultura e di gigantesca capacità di speculazione e di approfondimento del pensiero e del sentire umano, stava a uno scrittore pur bravo come Omero sta a Goscinny; non c’è gara, e se c’è gara è persa in partenza.

Nei suoi libri viene ricreata, resa viva e moderata ogni volta una intera mitologia, gestita in maniera altrettanto abile sia in prosa che in versi.

Non è sicuramente una lettura per tutti, così come accade poi per pochi tra gli scrittori di speculazione veramente grandi, forse con l’eccezione di Moorcock, più capace di adottare una visione ingannevolmente semplicistica di concetti narrativi che, in ultima analisi, aveva poi inventato lui per il settore.

Per quanti si sentono in grado di operare assieme il mantenimento in funzione del cervello e la sospensione dell’incredulità, Zelazny è una tappa obbligatoria, che riesce ad essere in cambio coinvolgente, commovente, illuminante, emozionante.

“Io, Nomikos, l’Immortale”, “Signore dei Sogni”, “Jack delle Ombre”, “Una rosa per l’ecclesiaste”, “Nove principi in Ambra”, “Dilvish il Maledetto”, sono altrettante, mutevoli tappe di un viaggio che in realtà non finisce mai, perchè ogni volta che li prendete di nuovo in mano scoprite altri livelli di lettura.

Gli posso perdonare persino quel ridicolo “Voglio la testa del Principe Azzurro”, si vede che era malato e agli sgoccioli.

Si vede che mi manca?

 

 

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