La manomissione delle parole.

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marzo 4, 2013 di carlovanni

Avevo in casa un libro di Gianrico Carofiglio, comprato per la mia vecchia passione per il tema della menzogna, della truffa, della manipolazione; ero sicuro che si trattasse di un qualcosa di Sellerio, blu e piccolo, ma chissà dove diavolo era finito.

Nel frattempo, mi arriva la notizia di un Carofiglio che tiene seminari sul come si scrivono gli atti giuridici, e arriva l’occasione per leggere (prima) e comprare (subito dopo, so che sembra strano ma a casa mia funziona così) il libro che è oggetto di riflessioni nelle occasioni sopracitate, “La manomissione delle parole”.

La primissima impressione che ne ho è ottima: si apre con una citazione di Chesterton molto a proposito. “Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi: i bambini già sanno che esistono. Le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”.

Il libro è una trattazione non direi esaustiva, ma propedeutica ed interessante di un argomento fondamentale: l’uso strumentale della parola, il linguaggio inteso come agire.

Si scomoderanno anche, di striscio, le teorie dell’agire comunicativo e quant’altro, ma perlopiù il libro si concentra su come il potere, per essere tale, spesso come prima cosa parte col creare un linguaggio in cui le parole possono essere al proprio servizio; parole ingannevoli, parole servili, parole come armi, duttili, paracule, schiavizzanti.

Si va dai linguaggi che non significano niente e servono a escludere, tipo quello ormai illeggibile medico o giuridico, alle liturgie della parola dei dittatori politici o aspiranti tali, con slogan che a furia di ripeterli perdono trama e ordito, e resta solo ipnosi, e tante altre cose.

Uno degli spunti più importanti in assoluto è il collegamento tra una comunicazione ricca, versatile, fiorente, e la democrazia; la dimostrazione di come il linguaggio del potere non condiviso sia arido e orrendo è chiarissima, e credo che sia perfettamente in tema con gli avvenimenti della politica che stiamo vivendo negli ultimi 30 anni, che riecheggiano schifezze e orrori del passato oggi particolarmente attuali, dal punto di vista comunicativo e non.

Gli spunti per continuare a leggere, e a capire, sono veramente tanti; si va dai fertili calembour di Lewis Carroll in “Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio”, all’antropologia di Bob Levy attraverso la neolingua di Orwell in “1984”, gli studi di Watzlawick, lo studio della lingua del Terzo Reich di Klemperer e molto altro.

Soprattutto, è chiaro come se si vuole che un cittadino non sia più tale è opportuno costruirgli attorno una barriera, una palizzata invalicabile di parole senza senso, che lo isoli dal mondo reale e che lo frastorni, lo protegga e al tempo stesso lo elimini una volta per tutte; una trincea che si costruisce nella testa, che preclude per sempre il contatto sia con il senso delle cose, sia con gli altri, sia – ovviamente – con se stessi.

Questo libro è uno dei migliori che mi sia mai capitato a sostegno della mia tesi di sempre, quella che ha fatto nascere questo blog: leggere, imparare a gestire le parole, e poi condividerle, scrivendo, raccontandole, mettendole in piazza, è una delle poche armi che abbiamo a disposizione in quanto persone.

E poi alla fine è spuntato anche fuori il libro di Sellerio; era “L’arte del dubbio”.

Indovinate dov’era?

Al suo posto, rigorosamente.

Ecco perchè non lo trovavo.

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