Tre ciofeche al prezzo di una

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luglio 4, 2012 di carlovanni

Se siete stati anche voi educati a non lasciare niente nel piatto, retaggio di una fame atavica che voleva la parte più gustosa della pietanza la scarpetta (che non sarà elegante, ma, oh com’è vera!), probabilmente siete nella stessa condizione per quanto riguarda i libri.

O meglio; a me è sempre successo di provare una costrizione, un intimo senso di colpa nel lasciare a metà, o peggio, iniziare e lasciare lì subito, un libro.

Poi, si sa: con l’età, specie se smetti di essere cattolico, i sensi di colpa svaniscono, o ci vieni serenamente a patti (se sei cattolico naturalmente ti puoi sempre confessare: padre, ho molto peccato. Ho trombato la figlia del vicino alla faccia di suo marito e di mia moglie, e, OH! Non ho terminato il libro tale e tal’altro!).

E poi diciamocelo, se arrivato a una certa età non impari a tagliare corto con le cose che ti risucchiano prezioso tempo libero, sei morto.

Vabbè; tutto questo preambolo per dire, stamattina ora dell’intervallo tra la colazione e il water, vale a dire, mezz’ora? Ho iniziato e cestinato tre libri, dicesi 3.

Il primo:

un fantasy il cui titolo era da un po’ che mi incuriosiva, “La compagnia del Corvo” di James Barclay.

Pensavo onestamente fosse un fantasy di stampo quasi storico, mercenari e giù di lì, ma nelle prime 20 pagine ho imparato che uno dei protagonisti è un barbaro che per puro caso, grazie a un portale magico, si trova al cospetto di un drago, che custodisce un amuleto che se usato male può distruggere l’universo, ma è l’unica arma contro un antico male che sta per risvegliarsi.

Valutazione rapida: il fantasy buono esiste (Zelazny, Moorcock, Harrison, Martin, Anderson, Tanith Lee, Vance e molti altri); perchè tutti hanno scopiazzato quella merda di Terry Brooks dopo essersi calati sei o sette pasticche e dopo anni di astinenza sessuale, destinata peraltro a protrarsi a lungo?

Soluzione: ma vaffanculo.

Il secondo era frutto di una casuale spigolatura sugli scaffali di una delle tante Municipali che saccheggio con regolarità: “Il fascino discreto di Charlie Monk”, di David Ambrose.

C’è uno che ha preso un virus e si risveglia , ohibò, direi per almeno dieci anni, incapace di ritenere la memoria a lungo termine, ogni giorno, la mogliettina disperata. Poi c’è un assassino che sembra una via di mezzo tra l’omaggio e la parodia a James Bond (ne stende 4 in una pagina senza sudare e senza far rumore), e – non capisco se è la traduttrice che banalizza il tutto (tra l’altro nelle note di copertina a me non mi frega un cazzo che mi presentino chi traduce, scusate eh, ci sono traduttori spaziali che per 50 anni sono vissuti in perfetto anonimato) o è proprio banale non tanto la storia, quanto il modo di raccontarla.

Valutazione rapida: se voglio leggere Fleming, leggo Fleming, che ancora si difende. O al massimo Alistair McLean. E poi, se è vero che Ambrose ha scritto un sacco di roba di successo, questo o l’ha scritto infilandosi la biro direttamente nel culo, o la traduttrice deve necessariamente andare a fare quel che le riesce meglio, qualunque cosa sia (anche la traduttrice perdio, ma se mai di lettere commerciali).

Soluzione: ma vaffanculo.

Terzo, e come dicono nella perfida Albione, last but not least, “Il rilegatore di Batignolles”, di Claude Izner, che ho raccattato con l’idea di prendere spunti per una mia idea mefitica che magari un giorno leggerete.

Parigi, 1893. Un brutale omicidio! Un messaggio enigmatico! Un libraio che indaga fra scrittori e tipografi!

Insomma, gli ingredienti che cercavo c’erano tutti (e, no, non ero alla ricerca di originalità nè di intelligenza).

Valutazione rapida: dio, è così…francese…lungo tutto il prologo introduce personaggi ai quali non dà nome, sommergendoli di citazioni storiografiche che dovrebbero ricreare una ambientazione e di zavorre psicanalitiche degne di un trattato del Lombroso…

Poi finalmente dopo alcune pagine questa tortura cessa, e si apre uno scenario in cui i protagonisti si muovono e parlano con la prosopopea e l’anticaglia dei romanzi di Allain e Souvestre, quelli di Fantomas, per intenderci. Solo che questi erano ambientati nel secolo scorso in quanto scritti nel secolo scorso, e magari all’epoca apparivano pure spigliati e moderni. Qui l’autore confonde l’ambientazione storica con una ambientazione di gusto letterario, ed è come se uno poi si stupisse se uno nato alla scuola moderna trovasse un po’ involuto lo stile del ‘400. Credo di poter fare a meno di capitoli che iniziano con “Frédéric Daglan sbucciava le patate”. E chi se ne frega? Poi leggo chi è l’autore.

A-ha, ecco il problema.

E’ uno pseudonimo. Sono due sorelle attempate che si sono date un nome d’arte; una ha studiato da archeologa, l’altra è (era?) montaggista cinematografica, e a tempo perso si addolciscono la vecchiaia propalando a me certe ciofeche (ma che so, tipo, altri passatempi, uncinetto, bocce, avvelenare mariti, masturbazione no, eh?). Direi che stavolta la colpa non è della traduttrice (nominata correttamente all’inizio, e poi basta).

Soluzione: ma vaffanculo.

Mi rintano negli scorrevoli romanzi di Conn Iggulden e più avanti nell’ultimo di Leonard.

 

One thought on “Tre ciofeche al prezzo di una

  1. serre ha detto:

    Mi è capitato di lasciare un solo libro a metà (anzi, anche un po’ prima della metà), e ancora me ne rammarico. Ma era talmente imbevibile che non ricordo neanche il titolo 🙂

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