22/11/63, di Stephen King – quasi ottimo

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marzo 22, 2012 di carlovanni

Era un bel pezzo che non frequentavo lo Strabicone del Maine.

L’ultimo romanzo che avevo letto era “Cell”, che oltre a presentare numerosi punti di contatto con il chilometrico “L’Ombra dello Scorpione” (primo libro di Stephen King letto dal sottoscritto, prima volta in cui mi sono detto: ma che cazzo di finale è?), presentava anche gli evidentissimi crismi del bidone DOC.

Prima ancora c’era stato il tentativo di lettura de “I Vendicatori”, e poi, non sapendo che sono “romanzi gemelli”, di “Desperation”: due bidoni al prezzo di uno, col primo propinato con lo pseudonimo di Richard Bachman a rompere una tradizione di romanzi molto tosti (e chi ha letto “La lunga marcia” sa di cosa parlo).

Ancora prima, “Cuori in Atlantide”, e beh, insomma, capite anche voi che per uno che stimava King come Homo Superior è stato un calvario mica da ridere.

Quando mi hanno consigliato di leggere “22/11/63” ho risposto prontamente come la signora degli scambi di fustino di detersivo: NO GRAZIE, e ho tirato dritto.

Salvo poi trovarmelo sui denti alla Municipale di Cavriago, perfettamente gratis, fresco d’acquisto, e con un tema diverso graziaddio dai soliti suoi;

per cui, una mano sulla coscienza, e me lo sono portato a casa.

L’ho finito in 3 giorni, durante i quali, capite bene, avevo anche qualcosa d’altro da fare.

 

Il fatto è che per una volta, e si spera ancora in futuro, King ha recuperato l’abitudine di scrivere; o forse, ha cambiato ghost writer, o ha licenziato quello che scriveva per lui, vallo a capire.

Uh, Ha.

In ogni caso mi sono trovato di fronte a un libro almeno altrettanto buono de “Il Miglio Verde”, che dopo i tonfi recenti (l’orribile “On Writing”, che non insegna proprio un cacchio a nessuno salvo alcune notazioni autobiografiche interessanti, ivi compreso) non è per niente un cattivo risultato, eh?

L’azione comincia immediatamente, non più tardi della quarta o quinta pagina (che di solito si saltano: a chi interessano tutti i tic dei suoi monotoni personaggi? Suvvia), con un tema che King non tocca spessissimo: anzichè l’irruzione di Qua, abbiamo stavolta il Di Qua che passa nell’Altrove.

Il protagonista della vicenda, cioè, si trova a viaggiare in un altro mondo (qualcuno ricorda lo strano “Il Talismano”, scritto con Peter Straub?);

ed esito a definirlo viaggiatore del tempo, perchè sarà chiaro al lettore che si tratta in fin dei conti di una vera e propria Ucronia (cercatevelo su Wikipedia, vergogna!).

Come si legge? Tutto d’un fiato. Io ho faticato a non andare alla fine, perchè non reggevo la tensione (sì, lo so, sono problemi), anche se poi arrivati al finale ci imbattiamo in uno dei soliti problemi dello scrittore: una chiusa debole, a tratti incoerente e persino lacunosa.

Nel complesso, comunque, si tratta di una ventina di pagine debolucce su 600 e più ottime, quindi, il gioco vale veramente la candela.

King covava questo romanzo dal ’72, come dice nella copiosa postfazione, ma lo aveva messo in un cassetto perchè il corpus delle ricerche da svolgere era troppo grande.

Gli crediamo?

Boh.

Di certo da quel cassetto ha pescato tantissime volte, e con esiti meno soddisfacenti.

Come al solito, la cosa in cui eccelle non è il soprannaturale, o il mistero, o chissà che; no, in effetti è proprio quella tensione tra il quadro di un microcosmo idilliaco, innocente, familiare, perso nella nostalgia del passato (avete letto “The Body”, altresì conosciuto al cinema come “Stand By Me – Ricordo di un’estate” ?) e l’improvvisa violenza insensata che può scaturirne da un istante all’altro. La gioventù, l’amore, la pazzia e la morte a braccetto sullo stesso calesse.

Si tratta, come è ovvio, di mementi autobiografici dello scrittore, che si ripropongono di continuo nei suoi libri come la caponata nell’esofago.

Derivano tutti dal periodo in cui, disperato per non riuscire a sfondare come scrittore, beveva come una spugna e pestava, o avrà sognato varie volte di farlo, moglie e figlio;

è una scena che ritorna ovunque, qui come in “La metà oscura” o nel più famoso “Shining”, evidentemente un demone dal quale non riesce ad affrancarsi e che lo motiva, oltre la catarsi.

King è uso cannibalizzare più e più volte i canovacci propri e altrui, del resto.

Oltre a quanto appena detto, i lettori meno disattenti che abbiano anche letto “It” troveranno un vero e proprio inserto anche un po’ fuori luogo (non è la prima volta che lo fa: nel ciclo della Torre Oscura, su 7 libri, almeno 2 sono interamente riattati in questo modo più o meno orrendo).

E veniamo infine al background.

Una delle maggiori fortune editoriali di King è stata, per molti versi, la sostanziale ignoranza del genere dei suoi lettori, che hanno attribuito spesso allo scrittore una creatività incredibile e poliedrica, senza rendersi conto, per mancanza di riferimenti culturali, che in genere lui è abilissimo a prendere vecchie storie altrui, o vecchie atmosfere, e a rimetterle in gioco.

Così, chi si trovasse a leggere “A volte ritornano”, ancora per me la sua miglior raccolta nonostante tanta acqua passata sotto ai ponti, troverebbe veri e propri tributi a Bloch, Machen, Lovecraft, Bradbury, e molti altri ancora (in effetti, in quella raccolta, c’è ben poco che possa definirsi squisitamente suo).

Stavolta le sue coordinate sono da lui tracciate con generosità nei confronti di Jack Finney e del suo romanzo “Indietro nel tempo”, che sicuramente ha fornito qualcosa di più della nuda idea al nostro amato strabicone, e qua e là nel testo troverete un altro riferimento cruciale allo splendido racconto “Rumore di tuono”, di Bradbury.

Meno generoso è stato tuttavia nei confronti di altri due autori che SICURAMENTE ha letto e digerito più volte.

Mi riferisco all’eccellente racconto “Cerca di cambiare il passato”, di Fritz Leiber, e del racconto “Effetto valanga”, di Mack Reynolds.

Se li ho letti io, e sono indimenticabili, è impossibile che non li abbia letti lui pure.

Volete sapere di cosa parlano?

EEEEHHHHHHHHHHH!

Curiosi! Cercate!!!

 

4 thoughts on “22/11/63, di Stephen King – quasi ottimo

  1. Maria Laura ha detto:

    Come già ti dicevo in separata sede (adoro questa locuzione da bieco conciliabolo tra marrani), non leggo King da eoni, più precisamente dalla verde età della mia giovinezza perduta, tanto che, per dirne una, non ho mai letto Cuori in Atlantide.
    Se devo essere onesta, non ho mai neanche acquistato i suoi scritti: la grande maggioranza di ciò che ho letto me la prestava mio cugino (ebbene sì, tutti noi abbiamo un mitologico cugggino, personaggio ricorrente di rocamboleschi racconti di improbabili passati). Mi riferisco a (in ordine sparso) Shining, Carrie, Christine, Cujo, La metà oscura, L’incendiaria (commovente!), Pet cematary e poi la lista è lunga ancora e mi son stancata.
    Altri li ho ricevuti in dono (Cose preziose), altri ancora li ho leggiadramente trafugati dagli scaffali di incauti sodali (Scheletri).
    Insomma, il buon King di soldini miei non ne ha mai visti e se ciò che scrivi, Carlé, corrisponde al vero, forse forse stavolta potrebbe arrivargli un contributo anche da parte mia.
    D’altro canto, forse no.
    Sto per iniziare la lettura del terzo lavoro di Mattew Pearl (sì sì, lo so, tutti lo denigrano; a me però piace, anche se un po’ lo invidio e quindi lo odio ma se fossi nata uomo – ma magari!! – avrei voluto essere lui), intitolato Il ladro di libri incompiuti; dopo il Circolo Dante (bello bello) e L’ombra di Edgar (bello) spero che anche il suo omaggio rivisitato alla vita di Dickens mi appaghi.
    Non ti nascondo, inoltre, che maggiore curiosità mi suscitano i racconti-fonti-probabili che citi nella tua recensione, quelli di Leiber e Reynolds.
    Il perché? E chi lo sa!
    Forse perché provo affetto e simpatia a priori per le fonti spesso ignorate e neglette.
    Forse perché sono un’accanita fan degli andamenti logico-consequenziali, ragion per cui preferisco sempre partire dalle fonti.
    O forse non c’è alcun perché.
    Le tue parole sono comunque invitanti e King dovrebbe versarti una percentuale.
    Nel qual caso, mi lusingo di sperare che la dividerai con me 🙂

    • carlovanni ha detto:

      nemmeno io, non se lo meritava da tempo! e adesso ho persino paura a cercare qualcosa d’altro, questo lo preparava dal ’72, gosh!

      • Maria Laura ha detto:

        Come tu chiosi giustamente, chissà se poi è vero che ci lavorava da tanto.
        Il problema, con gli autori di successo (?), è che non si riesce mai a capire dove finisce la reminiscenza autobiografica e dove inizia l’input subliminale del marketing.
        Ricordo di aver letto da ragazzina, nella prefazione ad uno dei suoi libri, che da bambino S. restava nottetempo rannicchiato nel letto per timore che i mostri che vivevano in perenne agguato sotto il medesimo fossero in costante attesa ch’egli lasciasse incautamente penzolare un arto all’esterno del sacro perimetro del giaciglio, in modo da ghermirlo e portarlo via nelle tenebre malefiche.
        Ricordo anche di aver pensato: “Che meraviglia! Lui sì che conosce la dimensione orrorifica! E ne ha paura, perciò la racconta! DEVO ASSOLUTAMENTE LEGGERE TUTTI I SUOI LIBRI!”
        Col senno di poi, mi domando quanta verità ci fosse in quelle parole e quanto marketing.
        Ma in verità, preferisco non pensarci.

      • carlovanni ha detto:

        Chissà che non fosse lo stesso che mi ha conquistato, “A volte ritornano”? E’ un libro con addirittura 2 prefazioni, una di Straub, se ben ricordo, l’altra appunto di King, e cominciava pressappoco così: “Parliamo di paura.”. La trovai splendida, e mi convinse a leggere il resto – feci bene, in quella raccolta ci sono alcuni capolavori, tra cui “Il Babau”, tra i pochissimi racconti della storia che parla dei terrori dei bambini e di come questi ci seguono da grandi.
        Ricordo anche una ulteriore storia, stavolta ne “Ai confini della Realtà”, in cui un ragazzo aveva stretto amicizia con l’Uomo d’Ombra ch eviveva sotto al suo letto. Alla fine, questo lo aggredisce, e alla domanda stupita di lui “Ma come! Tu sei l’Uomo Oscuro che vive sotto al letto!” quello – da far drizzare i capelli – replica, prima di aggredirlo: “Sì, ma sono l’Uomo Oscuro che vive sotto il letto di un altro.”
        E insomma.
        Dopo circa 16 anni passati al ritmo di tre o quattro incubi per notte, ancora mi sento a disagio se c’è l’armadio aperto, e ricordo bene di quando mi coprivo con le coperte a lasciare solo un buco per respirare.

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