A cosa serve la musica, in fondo?

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settembre 12, 2011 di carlovanni

Ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo tirata finalmente in porto.

Il progetto più ambizioso di questa estate, a occhio e croce: 13 settimane di venerdì con musica live, in un panorama che vede la musica live sempre più disertata, ridotta al rango di intrattenimento en passant tra un’oliva e l’altra, tra uno stuzzichino e l’altro.

13 serate ad altissimi livelli, che hanno visto passare nella sala del Ristorante Amarcord artisti di caratura eccellente: in primis per le qualità umane, irrinunciabili, gigantesche; poi per i riconoscimenti non di rado internazionali tributati loro da pubblico e critica, in moltissimi casi.

Dire che è stata dura forse rende l’idea; la musica dal vivo, specialmente all’interno di un ristorante, se pure è mai stata di moda oggi non lo è di sicuro, e alle serate entusiasmanti si sono succedute quelle difficili, quelle con poca gente e quella poca che si siede lontano dalla musica “perché  dà fastidio”.

Questo, ovviamente, a prescindere dalla qualità e dalla quantità della musica stessa. Siamo ormai talmente anestetizzati, talmente ficcati a viva forza nel nostro tran tran di abitudini che l’abbandonare anche solo per una volta il cammino tracciato diventa difficile, scomodo. Non tutti, si capisce. Molti come noi sono ancora della razza capace di farsi 60 chilometri per sentir suonare un amico, o un artista che apprezziamo, quale che sia il contesto – e va bene così.

In questa ultima serata abbiamo avuto a farci compagnia tre amici dalle capacità indiscusse: Fausto Comunale, con la sua chitarra acustica che ormai praticamente “parla”; Paolo Torelli, arrivato direttamente dalla Puglia senza mai fermarsi, e ripartito subito dopo, perché casa è lontana, sempre sorridente, sempre modesto, sempre professionale; Fausto Sacchi, che abbiamo lasciato circa 25 anni fa con una voce da fare impallidire molti rocker di allora, e abbiamo ritrovato oggi con una voce che, anziché spegnersi, è andata maturando e diventando persino più autorevole. Abbiamo applaudito, abbiamo scherzato e riso assieme, ed è stato quando di più vicino ci potesse essere rispetto ad un ritrovo tra amici che cazzeggiano e se la raccontano davanti a una birra – o due, o tre, insomma, non stiamo a guardare tanto per il sottile. Ed è questo lo spirito che volevamo arrivare a realizzare, poco importa se per molti o per pochi.

 

Poi ci si chiederà quale potrà mai essere il bilancio di una simile attività. E’ un po’ come chiedersi a cosa serve la musica: dipende. Se non lo si capisce ad istinto, non ci si può arrivare con la logica, perché ci sono cose che vanno oltre ogni possibile calcolo meramente utilitaristico.

Di fatto, oggi è difficile, se non impossibile, vivere di musica. Lo sanno tanto i musicisti stessi, disposti a cedere a compromessi spesso quantomeno curiosi, quanto coloro che prestano le sale per suonare, vedendo poi un risultato di scarsa risposta, numericamente, qualitativamente, nel pubblico, e constatando che il gioco, redditivamente parlando, non vale la candela. Quasi mai. E infatti, si va scivolando sempre più lungo una china che non prevede musica dal vivo, se non le immancabili cover cantabili (specie se stanno passando gli originali su MTV), o i dj set a basso prezzo e ampio richiamo (guai, guai a chiamare, anche qui, i veri professionisti del settore: si rischia il bagno di sangue!); spariscono gli autori, sparisce lo spettatore che si spella le mani, salta, chiede il bis, fa le richieste al gruppo.

Pretendere di lottare contro un simile trend sa un po’ di borioso, un po’ di donchisciottesco, e quindi, lasciamo ad altri le considerazioni critiche del caso. Noi, in realtà, non vogliamo né fare gli eroi, né essere di esempio, niente di tutto ciò: l’unica cosa che vogliamo è divertirci, e che non ci servano il divertimento direttamente in bocca, già masticato, precotto, e siamo disposti a darci da fare per questo, se del caso riducendo le pretese, faticando, per essere poi ripagati da un paio di risate e di applausi sinceri.

E tutte le faticacce, le ansie, gli sforzi organizzativi, gli screzi, le critiche,  finiscono poi cancellati da una unica occasione in cui, come in “Almost Famous”, ti ritrovi a cantare la “Tiny Dancer” del caso mentre la macchina va e ti porta non sai bene dove; ma è domani, famosi o non famosi, siamo già in viaggio verso altre storie, e tutto va bene.

Ok, ho blaterato abbastanza. Credo sia il caso dei saluti, e dei ringraziamenti.

E partiamo col ringraziare tutti quelli che, anonimi o ben cari a noi, sono intervenuti in queste serate, anche per puro caso – magari lì per farsi una pizza, per poi scoprire che, ma guarda! C’è gente che suona dal vero, davvero! E non hanno avuto sufficiente timidezza per impedirsi di applaudire, e incoraggiare tutti. Tornando a casa quella sera con qualcosa di più che le normali, e benedette, quattro chiacchiere con gli amici, ma con una emozione in più alla quale era impossibile dare un valore monetario.

Poi, è necessario ringraziare il personale del Ristorante Amarcord, in sala e in cucina: li abbiamo assaltati, violentati, subissati di richieste, coperti di lavoro che si è andato ad aggiungere a quello – notevole – che già normalmente svolgono. A volte sono stati contenti, altre volte avranno più probabilmente imprecato; fatto sta che la soddisfazione di vedere chi si affaccia dalla cucina per sentire la musica, e i camerieri che si muovono a ritmo di jazz tra i tavoli, ha ripagato noi e loro, portando brio, colore, gaiezza.  Siete impagabili: un grazie di cuore.

 

Prima di passare ai saluti agli artisti, un ringraziamento molto speciale va al titolare di Amarcord: Stefano Campani, senza il quale questa avventura non sarebbe mai neppure cominciata. Lo ripeto: è ormai disgraziatamente chiaro che con la musica non si diventa certo ricchi, e i risultati economici hanno probabilmente sottolineato questa tendenza, ormai in auge da quasi due decenni, in una Emilia che in precedenza era un po’ la patria dei circuiti musicali live, un fermento di gruppi di base, di appassionati, che tanta ricchezza e tanto divertimento hanno portato a tutti. Stefano ha fatto quello che un uomo, e un imprenditore capace di guardare alla propria vita e al proprio lavoro non solo col regolo calcolatore, ma anche col cuore, con la passione, avrebbe dovuto fare: ha semplicemente tenuto duro, punto e basta, mettendo tra le voci “attivo” anche la qualità dell’intrattenimento, l’umanità degli artisti, la soddisfazione propria e di quanti da questo hanno tratto piacere. Io credo che un simile comportamento alla lunga paghi, e anche sul breve periodo, insegni molto, e credo anche che due delle caratteristiche fondamentali di un imprenditore vero siano passione e coraggio, e lui ne ha da vendere.

 

E arriviamo agli artisti.

Così bravi da non voler smettere di ascoltarli; così umani da gradire addirittura di più della musica il momento delle chiacchiere al tavolo, parlando del più e del meno, anche di sciocchezze, della musica e non. Io credo che, di tutte le persone che si sono succedute su quel palco, l’umanità sia proprio la qualità più grande; la stessa che li ha portati ad essere disponibili per noi, senza come si suol dire “tirarsela”, mettendosi al servizio della sala e del committente in un modo che va oltre la professionalità.

Ringrazio pertanto, in ordine assolutamente sparso e senza gerarchie di merito: Giovanna Dazzi e i suoi collaboratori, Daniele “Bengi” Benati e la sua crew, Elisa Sandrini, Barbara Barbieri, Marina Santelli, Daniele Morelli, Andrea  Mai, Alessia Galeotti, Bixio e le Simpatiche Canaglie, gli amici della Dune Buggy Band tutti, Alessandra Ferrari, Paolo Torelli, Alessandro Lunati, Tommy Togni, Fausto Sacchi, Gianluca Tagliavini, Daniela Galli (congratulazioni!), Rick T e Max Tribe, Fabio Bagni e il clan dei Fajeti praticamente al completo, Alessandro, Fabrizio e Lele, Emiliano Vernizzi.

Le gerarchie di merito sono improponibili: noi siamo in debito con tutti voi.

 

Ultimo, che non risulta in quel sia pur lungo elenco, Fausto Comunale, al quale devo un ringraziamento speciale. Senza la sua preparazione, i suoi contatti, la sua disponibilità a tutto tondo queste serate forse ci sarebbero state ugualmente, ma il tono sarebbe stato completamente diverso, per non dire globalmente inferiore; un serio professionista, un ottimo amico, sincero, leale e disponibile.

 

Non mi resta che ringraziare i miei compagni di viaggio, coi quali tanta fatica abbiamo spartito: Francesca e Simone. Siamo stati ripagati? Io credo di sì, ampiamente.

 

Ma, oh come sembra vero!

starsene qui con nessuno vicino

solo tu, e tu puoi sentirmi

mentre dico dolcemente, lentamente

“Stringiti a me, piccola ballerina

contiamo i fari sull’autostrada

fammi sdraiare su lenzuola di lino

“Hai avuto una giornata pesante oggi”.

Elton John, “Tiny Dancer”

 

Buon viaggio a tutti, e a rivederci alle prossime.

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