101. Tirarsela come la Regina di Saba. Manuale per farsi lasciare.

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agosto 23, 2011 di carlovanni

Manuale per farsi lasciare da un uomo.

101. Tirarsela come la Regina di Saba.

 

Va bene:

nessuno vi dice che non dobbiate coltivare una sana autostima, antidoto contro la depressione, i segni dell’invecchiamento, le mille piccole batoste quotidiane che la vita ci rifila e le simpatiche umiliazioni che il nostro prossimo si premura di recapitarci con solerzia teutonica ad ogni piè sospinto.

Certamente, dovete essere le prime a valorizzarvi;

se aspettate che lo facciano gli altri, non solo sprecate tempo, ma rischiate anche di svegliarvi un bel giorno e scoprire che, agli altri, di voi, in fondo in fondo, non interessa un bel niente.

Immaginate se un pubblicitario per veder aumentare le vendite di un prodotto dovesse aspettare che si sparga la voce mediante il semplice passaparola.

Morirebbe di fame, nell’attesa.

No:

bisogna prendere l’iniziativa, crearsi una confezione e mettersi sul mercato.

Detto ciò, dovete sforzarvi di vivere nella realtà.

E’ importante.

Una cosa è eleggere a proprio modello Audrey Hepburn, Mata Hari, la Regina di Saba, la Donna Gatto.

Altro è credere di esserlo.

Si va dalla pietosa illusione allo stato psicotico di mitomania grave, non va bene davvero.

Se volete vedere questa nevrosi in atto, è sufficiente che facciate due passi in un qualsiasi luogo pubblico in cui stazionino creature – italiane – di sesso femminile, e registriate su un taccuino quante sono le persone che mostrano questi chiarissimi segni:

–         sguardo con fuoco oltre l’oggetto o la persona che hanno davanti agli occhi (stile “buchiamo lo schermo”);

–         il naso forma un angolo ideale di 30° rispetto al soffitto, anziché esservi perpendicolare, le narici dilatate (“sento una fastidiosa puzza di umanità”);

–         incedere a passi da cicogna (“tutto il mondo ai miei piedi”);

–         sorriso a persone inesistenti (“sono in copertina un giorno sì e l’altro pure”)

–         occhiate tra il disgustato e il condiscendente ad ogni forma di vita diversa dalla propria (“se non hanno il pane, che mangino brioches”)

 

e altre eventuali che, una volta capito dove sto andando a parare, sono sicuro saprete riconoscere con sicurezza.

Il fatto è che quasi tutti noi viviamo una sorta di dimensione cinematografica dell’esistenza

(noi italiani, più di tutti: segno che o guardiamo troppa televisione, o siamo un popolo di grandi insicuri),

che ci porta ad affrontare la vita come se questa, in tutte le sue manifestazioni, non fosse altro che una specie di appendice ai nostri privati desideri, o se così non fosse, dovrebbe esserlo.

 

Lasciate che vi dica una cosa una volta per tutte:

NON E’ COSI’.

 

Guardare dall’alto in basso chiunque non sia all’altezza degli standard che vi siete create studiando “Cioè”, “GQ” e simili non vi aiuterà;

a meno che, ovviamente, non facciate parte di quel jet set che finisce su dette e su altre simili pagine.

Ma in quel caso, non sareste tra le lettrici di questo geniale manualetto, probabilmente.

Non vi aiuterà perché ci sono poche cose così ridicole e fastidiose quanto millantare credito laddove è palese non ci sia;

voi potete anche giocare a fare quella che con una occhiata costringe gli uomini a tagliarsi le vene per voi e le donne a darsi fuoco e gettarsi urlanti di invidia e disperazione dalla scogliera,

ma se poi avete le caviglie di Maradona,

il gusto nell’abbigliarsi di Alberto Camerini

e un volto che sembra uscito da un manuale antropologico per illustrare la banale normalità umana,

allora,

ecco che se ci fate caso dovreste sentirvi fischiare le orecchie, mentre passate. E non sono commenti di approvazione, di sicuro.

Figuratevi se doveste mantenere questo atteggiamento con compagni confermati o, addirittura, papabili, ancora in fase di definizione.

Sì, l’ho già detto molte altre volte:

gli uomini possono essere, e spesso sono, dei grandissimi deficienti, incapaci di vedere più in là della portata del proprio uccello.

Nonostante questo, un simile modo di fare a lungo andare si rivelerà letale per il rapporto per almeno tre motivi.

Primo:

va a incidere sulla scarsa autostima del vostro compagno, che costantemente viene messo di fronte alla sensazione che non lo giudicate alla vostra altezza (assieme ad altri 6 miliardi di persone, forse fatti salvi George Clooney, Einstein e Almodovar, del quale nessuno ha mai capito un cazzo, ma fa sempre un sacco figo parlare).

Secondo:

presta il fianco ai rari attimi di lucidità mentale dell’uomo, che tra una marea ormonale e l’altra potrebbe accorgersi che non siete poi un incrocio tra Carole Bouquet e Moana, e quindi, che ve la tirate a fare?

Terzo:

magari il vostro compagno no, ma i suoi amici e parenti (specie di sesso femminile), la suddetta mancanza di superiorità genetico-intellettivo-erotica l’hanno già notata da un pezzo, e specialmente se non siete più che carini con loro, non mancheranno di fargliela notare.

Diciamo, cinquantamila volte al giorno, con toni così acidi che scioglierebbero il vetro.

Se vi specializzate in questa tecnica, posso sbilanciarmmi a pronosticare una rottura del rapporto entro i sei mesi.

Se poi non glie la date con una certa frequenza, anche molto, ma molto meno.

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