Libri per bambini e bianche balene

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giugno 23, 2011 di carlovanni

Sono sempre rimasto un po’ sorpreso da come gli editori compiano le loro scelte riguardo a cosa debba o non debba essere un libro per bambini.

Ad esempio: “Moby Dick”, di Melville, non mi è mai sembrato tale.

A parte il volgare riferimento sessuale nel titolo, beninteso.

Si tratta anche di un libro che non solo comprende parti di estrema pesantezza (vedi parte enciclopedica sulle balene), ma oltre a questo è fiero, complesso, pieno di riferimenti profondi e più maturi di molti adulti dei tempi nostri, che leggono i libri come se ci fosse un premio ad arrivare alla fine, in maniera per così dire cinematografica, mentre una volta un libro veniva digerito per anni e anni.

Oggi, complice la trasmissione (anch’essa pesantissima e pienissima di riferimenti) di Vinicio Capossela (anch’esso pesantissimo e pienissimo di riferimenti) su Radio 2 (Marinai, profeti e balene) , mi è venuta voglia di farmi un nuovo giro sul Pequod.

 

Qui di seguito un piccolo estratto; se non avete voglia di comprarvelo, il testo gratis sul web è qui:

http://www.readme.it/libri/Letteratura%20Americana/Moby%20Dick.shtml

 

Oppure potete scegliere di guardarvi il vecchio film hollywoodiano, che non è niente male, tra Gregory Peck nei panni di Achab e la sceneggiatura di quel vecchio marpione di Ray Bradbury.

 

Buona lettura.

 

 

Ma appena Achab ricominciò a parlare tornarono a fissarlo tutti avidi. Si era voltato a metà sul suo perno, e con una mano alzata stringeva stretta, quasi convulsamente, una sartia:

«Tutti voi di vedetta mi avete già sentito dare ordini riguardo a una balena bianca. Guardate qua! Vedete quest’oncia d’oro spagnola?» e alzò al sole una grossa moneta luccicante: «Vale sedici dollari, ragazzi. La vedete? Signor Starbuck, datemi quella mazza.»

Mentre l’ufficiale prendeva il martello, Achab senza dire niente strofinava pian piano il pezzo d’oro sulle falde della giacca come per farlo più lustro. E intanto cantarellava tra sé a bassa voce, senza parole, producendo un suono soffocato e indistinto così strano, che pareva il ronzare meccanico dell’orgasmo che aveva dentro.

Avuta la mazza da Starbuck l’alzò e camminò verso l’albero maestro, mostrando la moneta d’oro con l’altra mano, e gridando a piena voce: «Chi di voi mi segnala una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la mandibola storta, chi di voi avvista questa balena bianca con tre buchi nella pinna destra della coda, guardate! Chi segnala questa balena avrà quest’oncia d’oro, ragazzi!»

«Urrà! Urrà!» gridarono i marinai, e agitando i cappelli d’incerata festeggiavano i colpi che inchiodavano l’oro sull’albero.

«Una balena bianca, ripeto.» tornò a dire Achab gettando via la mazza, «una balena bianca. Tenete gli occhi aperti, marinai. Attenti all’acqua bianca. Anche se vedete una bolla, segnalate.»

Intanto Tashtego, Daggoo e Queequeg avevano assistito alla scena ancora più sorpresi e interessati degli altri, e a sentire parlare d’una fronte rugosa e d’una mandibola storta avevano trasalito, come se ciascuno per suo conto avesse ricordato qualche fatto particolare.

«Capitano Achab,» disse Tashtego, «questa balena bianca dev’essere quella che certuni chiamano Moby Dick.»

«Moby Dick?» gridò Achab. «Allora conosci la balena bianca, Tash?»

«Capitano, sbatte la coda in modo un po’ curioso prima di tuffarsi?» domandò il Capo Allegro come

riflettendo.

«E ha pure uno sfiato curioso,» disse Daggoo, «molto denso anche per uno spermaceti e violentissimo, capitano?»

Allora Queequeg gridò in modo sconnesso: «E ha uno, due, tre, ah, molti ferri nella pelle pure, capitano? Tutti torti storciuti come un… come un…» E balbettava forte cercando la parola, e avvitava una mano in aria come a stappare un fiasco: «Come un… come un…»

«Come un cavatappi!» gridò Achab. «Ma sicuro, Queequeg, ce l’ha dentro tutti storti e piegati, i ramponi; Daggoo, hai ragione, ha una sfiatata come un covone di frumento, e bianca come un mucchio della nostra lana a Nantucket dopo la tosatura; ed è vero, Tashtego, che sbatte la coda come un fiocco strappato dalla burrasca. Morte e demoni! È Moby Dick che avete visto, ragazzi! Moby Dick, proprio Moby Dick!»

«Capitano Achab,» disse Starbuck, che finora aveva guardato il suo superiore sempre più sbalordito, come Stubb e Flask, ma adesso pareva colpito da un’idea che in qualche modo spiegava tutto: «Capitano Achab, ho sentito parlare di Moby Dick. Ma non è stato Moby Dick a mozzarti la gamba?»

«Chi te l’ha detto?» gridò Achab. Parve esitare: «Ma sì, Starbuck. Ma sì, amici miei, tutti quanti. È stato lui a disalberarmi, lui a regalarmi questo tronco morto su cui ora mi reggo. Ma sì, ma sì!» gridò con un singhiozzo terribile, forte, animalesco come quello di un alce colpito al cuore: «Ma sì, ma sì, è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente!» Cominciò a sbattere le braccia e a imprecare paurosamente: «Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l’andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci facciamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di fegato.»

«Sì, sì!» gridarono i ramponieri e i marinai affollandosi attorno al vecchio invasato. «Occhio acuto alla balena bianca, lancia acuta per Moby Dick!»

«Dio vi benedica», e non si capiva se piangeva o urlava, «Dio vi benedica, ragazzi. Dispensiere! Va’ a prendere la misura grande del grog. Ma perché quella faccia lunga, signor Starbuck: non vuoi dargli la caccia, tu, alla balena bianca? Non te la senti di affrontare Moby Dick?»

 

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