Morire al pronto soccorso

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marzo 13, 2011 di carlovanni

L’ultima volta che sono stato al pronto soccorso, mia madre era volata dalle scale. Aveva messo male un piede mentre scendeva, e le era parsa una buona idea lasciarsi andare di peso su quello, come se sacrificando una caviglia avesse avuto il diritto di scegliere come farsi male, risparmiandosi danni peggiori.

Comunque sia; al pronto soccorso, siamo arrivati alle 11. Ne siamo usciti alle 19, incazzati neri per aver litigato di continuo: battibecchi per procurarsi qualcosa da mangiare, per andare al bagno, per trovare qualcosa da leggere, per chiedere se c’era una fila e, se sì, a che punto mai eravamo, con quale criterio venivano decretate le urgenze, eccetera.

Difficile, prendersi cura del prossimo. Spesso, impossibile.

Di fianco a noi, scene incredibili, tipo uno che entra gonfio stile effetti speciali, e un infermiere che con passo scocciato gli chiede “Beh, che hai mangiaaaato?”; a 20 cm da una ragazza dell’est il cui ventre si alza e si abbassa come se dovesse uscire Alien, 5 infermiere smontano dal turno e stanno lì, allegre e schiamazzanti e ciarlanti a decidere dove andare a fare l’ape e, in seguito, a prendere cazzi, suppongo.

Questi, i tempi e i modi del “pronto” e del “soccorso”; non è questa la sede per discutere di come siamo arrivati a corsie bianchissime dove nessuno ti si fila per ore.

E’ che leggendo “Pronto soccorso emotivo”, di Gael Lindenfield, mi è tornato tutto su.

Voglio dire: pronto soccorso, è pronto soccorso.

Se stai male, ci dovrebbe essere un qualche trucco mentale Jedi capace di rimetterti in sesto per il tempo necessario ad arrivare a casa, tapparti dentro, e drogarti come una cucuzza, o farti coccolare, o evitare di metterti a urlare in mezzo alla folla, robe così.

Tipo: vuoi uccidere il tuo collega – ma ti viene in mente la frase di Monica, “chiediti un attimo quali ragioni avrebbe lui per essere arrabbiato con te”, e magari eviti di andare in galera, per oggi. Poi, con calma, ti concederai il lusso di tirare fuori qualche stronzata assertiva e discutere con lui il da farsi.

L’autrice invece, capace, per carità, propone un vero e proprio percorso di analisi, complesso e profondo, così ripartito:

A-fase di esplorazione: ovvero parlare del proprio problema, sfogarsi, buttare fuori tutti i sentimenti, riconoscere la ferita (l’opposto della negazione) ed esaminarla
B-Espressione: Concedersi di provare le sensazioni fisiologiche suscitate dal problema
C-Conforto e consolazione: momento in cui si ricevono cure e attenzioni, sia da parte vostra che degli altri
D-Compensazione: Ricevere e dare a se stessi una sorta di risarcimento
E-Prospettiva: inserire la vostra ferita emotiva nel “piu ampio disegno” della vostra vita
Fasi facoltative
F-Incanalamento: si trova uno sbocco costruttivo  e/o insegnamenti dall’esperienza
G-Perdono:perdonare chi ci ha causato la ferita emotiva (se si riesce).

Con tutto il rispetto: nel frattempo, potreste essere morti di vecchiaia.

Nessuno mette in dubbio il valore di questo percorso, ma forse, se Gael avesse una mamma con una caviglia malamente contusa, capirebbe i concetti di “pronto” e di “soccorso”, che differiscono di gran lunga da quello di “cura” che invece in ultima analisi lei contrabbanda.

Ah, a proposito: dopo 8 ore, la diagnosi è stata: signora, ci metta del ghiaccio, e se peggiora, ritorni.

Grazie al…ghiaccio.

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