Agguato all’incrocio, di Dale Furutani – sorpresa!

Come al solito, mi sono fidato (pigrizia o cosa, non saprei) dello Zen della Bacheca della municipale, e mi sono lasciato catturare banalmente dalla copertina piena di katane volanti e donne nude.

Ah già; no, le donne nude non ci sono, devo aver sbagliato copertina.

Ci ho messo un bel po’ a capire che “Dale Furutani” era l’autore del libro, chissà cosa mi credevo. Magari che fosse la pubblicità di uno yogurt, o la casa editrice.

Che invece è Marcos y Marcos, che avevo scambiato per una coppia di autori; di qui la mia confusione.

Vabbè.

E’ stato per molti versi una sorpresa.

Anzitutto, è molto facilmente leggibile anche per un lettore della domenica poco uso agli usi nipponici, che a volte restano un po’ nel gozzo: sembra tutto semplice, poi, ZAC! Colpo d’ala improvviso e se non hai il bignamino della sensibilità del Sol Levante ti ritrovi sperduto nella pagina come un fesso nella neve in una novella di Jack London. Forse è per il suo trapianto in terra occidentale (è cresciuto alla Merica), o forse estro del traduttore, non saprei; propendo come sempre all’orientale per una via di mezzo.

Poi, tanto per gradire, è un giallo. Di quelli proprio in cui dovete stare attenti ai particolari, agli indizi disseminati qui e là. E tanto per cambiare, al contrario ponimao di un Jeffrey Deaver, non c’è la fregatura; se state attenti, ci arrivate pure voi. Onesto.

Il protagonista della vicenda, un ronin, è una sorta di via di mezzo tra Green Hornet, Montalbano e Musashi che non potrà che farsi apprezzare.

E una volta tanto lo sforzo di farsi piacere un personaggio non è sprecato, visto che questo libro è il primo di una trilogia nella quale il nostro prode cavaliere (fante) errante erra che ti erra si troverà a dover affrotnare misteri e rogne tipiche del Giappone dell’era Tokugawa (dopo Sekigahara, anni successivi al 1600, per intenderci, dopo l’epoca Sengoku Jidai. Sì, gioco a Shogun Total War, tra le altro cose).

la cosa che forse mi è piaciuta di più sono i particolari della ricostruzione storica.

Cioè: io sono un Nerd vero, per me scoprire che per lavare un kimono lo scucivano e poi la ricucivano in punti diversi e facendo in modo di scambiare le pezze così che si usurassero diversamente per durare di più. BEH!

Lo so, magari a voi di queste cose non frega niente. A me non frega niente di tante altre, e va bene così.

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Demoni, istruzioni per l’uso

La prima cosa che leggerete di questo libro sarà il titolo.

(Eh, lo so).

La seconda, più in piccolo, appena sotto:

“I libri di Moore sono piacevolissimi da leggere e fanno davvero ridere”.  Firmato, Niccolò Ammanniti.

A me già da qui sarebbe passata la voglia di proseguire, ecco, ma insomma, non facciamoci sempre riconoscere e tiriamo innanzi.

Sul retro di copertina, in compenso, ricevo quasi il colpo di grazia, nel momento in cui leggo che viene paragonato al genio narrativo di Kurt Vonnegut e Neil Gaiman.

E’ come dire che io posso essere paragonato a Piero Angela, la Linea di Cavandoli, Lassie, Enrico Fermi e Lao Tzu perchè sì; non riesco a capire cosa mai possa legare Vonnegut e Gaiman narrativamente parlando, a parte forse il fatto che tutti e due scrivono in inglese.

Per il resto, si tratta di un libro che in Italia era già uscito nel 1994 col titolo “La commedia degli orrori”, e di sicuro non è il miglior libro che Christopher Moore abbia mai scritto, nè in assoluto, nè relativamente; se non lo avevano ripubblicato, il motivo c’era.

La storia, piuttosto debole e tutto sommato priva di quei passaggi esilaranti che immagino esalterebbero Ammanniti, la cui frase spero desunta da un altro contesto e appiccicata lì così, a casaccio, piuttosto che pensata appositamente (ma non mi sorprendo più di niente), narra delle peripezie di quattro o cinque personaggi a perdere in una cittadina in cui fa capolino un antichissimo demone dalle finalità non ben delineate.

Io vi ho avvisati/e; poi potete ancora comprarlo e, se il giochino non vi turba troppo, paragonarlo alla fine ad altri titoli dello stesso autore, tipo “Il Vangelo secondo Biff” o “Un lavoro sporco”, ben più simpatici a mio modesto avviso.

Oh, ma perchè girarci intorno?

Fa pizzare.

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Tutti i successi, Euri ventisei

Passo di fianco alla vetrina dei dischi, settore notoriamente in gravissima crisi a causa del fatto che

a) i giovani non capiscono niente di musica;

b) si pirata tutto su Internet;

c) non c’è più la musica di una volta,

e leggo un mezzo espositore (facciamo, metri 3 per 2 circa) di meravigliosi imperdibili CD che invoglierebbero chiunque, dico, CHIUNQUE all’acquisto.

Mina. I grandi successi, Euro 22.

Sempre Nomadi, Euro 26.

Fronte del palco, Euro 28 (contenuti speciali).

E via di questo passo.

Istintivo e subitaneo mi sorge un pensiero moderato e colloquiale:

MA ALLORA NON AVETE CAPITO UN CAZZO!

Dovunque ti volti, senti parlare di orribile crisi del mercato discografico, di distruzione di milioni di posti di lavoro, di fine della musica così come la conosciamo.  E quant’altro.

Certo fa una certa impressione, veder chiudere i negozi che per tanti anni sono stati tra i nostri punti di riferimento, affascinanti, allegri, colorati. Dentro, però, neri. Perchè i primi problemi hanno cominciato ad arrivare col CD. Anzi, prima, con la musicassetta.

Mi rivolgo a chi vende, o vendeva, musica:

ma voi, credete veramente che una persona normale di mente possa mai ritenere congrua una spesa di 50 mila lire per un pezzo di plastica contenente brani ascoltati mille volte?

Certo, voi direte: ah, beh, ma prima dell’avvento dei supporti di registrazione casalinghi o, dio non voglia, della musica liquida, con tanto di correlato di pirateria informatica, chi comprava non aveva scelta, e quindi o prendeva, o lasciava.

Grazie tante.

E’ la sensazione che abbiamo avuto pure noi, e quindi, scusateci signori venditori di musica se vi abbiamo fatti fallire, ma non ci sembrava normale arricchire voi impoverendo noi stessi potendone fare a meno. Cioè, quando la scelta si è resa disponibile, non ci siamo nemmeno posti il problema.

Tanto più che avrei proprio voluto vedere quanti dischi avreste venduto con questo sistema, anche in assenza di un mercato di pirateria. 26 Euro per un CD? Certo. Io credo di aver fatto un simile acquisto al massimo 3 volte, nella vita, e sempre pentendomene.

Viceversa, ho in casa almeno una cinquantina di CD e di LP acquistati a prezzi ben più ribassati, che non mi sono proprio sognato di piratare.

Anzi; se volete saperla tutta, prima ho scaricato gratuitamente il brano dal solito e-Mule, o l’intero disco. Poi, piacendomi, mi sono messo in cerca del disco, che ho comprato a basso prezzo (oggi i sistemi ci sono) perchè trovo più facile e più comodo comprare un qualcosa originale a 5 o 6 Euro piuttosto che rincretinirmi a scaricare, stampare la copertina, masterizzare, eccetera.

D’altronde, così compro solo le cose che mi interessano veramente. Ma le altre, non preoccupatevi; non le avrei comunque acquistate.

E come me penso esistano tanti altri. Oggi chi può permettersi di acquistare tutto deve avere i soldi che letteralmente gli escono dal culo.

Ma anche prima, vorrei che ve ne rendeste conto.

E lo stesso dicasi per i videogiochi.

Senza considerare che tra protezioni e divieti di accesso capita non di rado che si acquisti, a caro prezzo, un supporto originale per poi dover scaricare la versione crackata, senza la quale non si riuscirebbe a godere legittimamente del proprio acquisto; a me è successo per due dischi, di recente, per non parlare dei giochi Bethesda, o Ubisoft. E’ una cosa corretta? Io potrei anche arrivare a capire chi, non sapendo se un acquisto potrebbe mai funzionare o se il gioco potesse o meno piacergli, volesse semmai provare prima di lasciar lì lo stipendio di una giornata.

Poi, qualche altra considerazione.

Non si è mai, mai ascoltata così tanta musica come ora. La rete digitale così spesso accusata di aver distrutto la musica dà la possibilità a chiunque di accedere a possibilità che prima ci si poteva solo sognare. Mai nella storia del mondo un gruppo emergente ha avuto così tanta possibilità di far conoscere il proprio lavoro, a prescindere dalle possibilità economiche.

Voi mi insegnate che la pubblicità è l’anima del commercio. Bene; avete la più grande pubblicità di tutti i tempi a costo zero, e non riuscite a vendere?

Forse allora avete sbagliato qualcosina nelle altre leve del marketing.

Prezzo, prodotto, distribuzione, ad esempio?

L’affermazione che i tempi moderni stanno uccidendo la musica è una delle più colossali cazzate mai pronunciate nella storia dell’uomo. Del resto, i discografici non hanno mai in vita loro basato i guadagni sulla vendita della musica, ma del supporto sul quale essa era registrata. E mettersi a piangere sul latte versato perchè le tecnologie vanno avanti è da matti.

Qualche ultima osservazione.

Con ogni probabilità, il mercato della musica non è mai stato così grande come oggi, momento in cui chiunque può avere accesso all’acquisto anche di un solo brano a prezzi irrisori, o di dischi a prezzo conveniente, o di strumenti musicali, supporti per la registrazione, l’acquisto, la produzione di musica. E’ assolutamente impossibile che la musica oggi non generi più ricchezza che in passato.

E allora, non è la musica ad essere in crisi. Sono produttori, distributori, venditori, artisti o sedicenti tali che non hanno saputo, o voluto, per convenienza o scarso interesse o capacità interessarsi a un fenomeno che ci ha messo, badate bene, ben venti anni ad arrivare alla dimensione attuale; e a tutt’oggi, nonostante moltissimi dati parlino diversamente

http://www.noisesto.it/?p=9932

continuano a piangere miseria anzichè guardarsi veramente attorno e inventarsi soluzioni differenti (e quanto ai dati, studi indipendenti dalle etichette discografiche non esistono, o non sono diffusi).

Come diceva sempre quel tale irritante:

meditate, gente, meditate.

 

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Nè giusto, nè sbagliato

Magari vi sarà capitato di incontrarlo sulle seriose copertine della Adelphi grazie a un titolo splendido, “La follia di Banvard”; se assomigliate a me, uno dei motivi che vi spinge a leggere un libro spesso non è altro che un tiolo ben riuscito.

“La follia di Banvard”, di suo, è poi bellissimo ed educativo, e magari ne parleremo un’altra volta; parla comunque di perdenti ormai dimenticati dalla storia dopo che erano arrivati così vicini al cielo, e anche di cose che un tempo si pensava non dovessero finire mai, e oggi non esistono più e nessuno se le ricordava.

Paul Collins però in lingua italiana ha almeno un’altra letale freccia al proprio arco: “Nè giusto nè sbagliato”, che parte da una situazione autobiografica per poi scendere nel merito di una dissertazione lunghissima ed estremamente affascinante sull’argomento introdotto.

E l’argomento è: supponete di entrare dal medico con vostro figlio per un controllo di routine, tranquilli e sereni, ed uscirne terrorizzati perchè vi hanno detto che il bambino è autistico.

Ci riuscite?

Ok.

Allora poi potete immaginare tutto il percorso di Collins, che di professione fa lo storico, attraverso tutto lo scibile umano per andare a ritroso nel tempo e cercare di capire come funziona il cervello, cosa determina la nostra intelligenza, le nostre sensazioni, come ci arrivano, perchè diciamo “verde” e normalmente non ne sentiamo l’odore, cosa è la sinestesia, perchè non siamo tutti autistici, chi è un autistico, cosa determina questa patologia, se sia una patologia o meno, c’è vita oltre l’avere un figlio considerato handicappato, e così via.

Se non vi affascinano nemmeno un poco questi interrogativi, sinceramente, non so nemmeno cosa ci stiate a fare a leggere queste pagine: quello di Collins non è un libro, è un vero e proprio viaggio attraverso tutto quello che credevate di sapere non tanto e non specificamente sull’autismo, ma su voi stessi e il vostro rapporto con il mondo.

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La leggenda di Bobby Z. Buono.

Ho incontrato per la prima volta Don Winslow per puro caso (di rado succede il contrario, a dire il vero), durante una delle tante crisi d’astinenza che negli ultimi anni, forte di uno stipendio fisso, possono persino sfociare nell’acquisto di un libro ogni due o tre mesi – udite, udite!

Bene; qui il colore era quello giusto (il giallo degli Einaudi Stile Libero), la copertina efficace e sintetica, il titolo, di quelli che catturano l’attenzione: “L’inverno di Frankie Machine”.

Un libro quasi perfetto, con un protagonista quasi perfetto, trama, ritmo e artifici quasi perfetti; impossibile non innamorarsi dello scrittore.

Per cui, felice di aver trovato un nuovo amico con cui scendere a giocare, mi sono messo a leggere via via tutti gli altri. Così è stato il turno de “Il potere del cane” (notevole), “La pattuglia dell’alba” (minore e confusionario), “Satori” (una ciofeca: non compratelo), e “La lingua del fuoco” (discreto).

Sto cercando da mesi, testardamente, “Le belve”, e non mi riesce di trovarlo a prestito; mi sono imbatutto in “La leggenda di Bobby Z” senza sapere manco che esistesse, e l’ho preso un po’ per l’autore, un po’ perchè titolo e soggetto meritavano.

Beh!

Buon libro, una sorsata d’aria fresca tra tanti mattoni in circolazione, pretenziosi, pomposi, lenti e autoreferenziali.

In breve la trama: un galeotto viene messo di fronte a una scelta; o farsi tutto il carcere che resta, e farsi ammazzare dalla Fratellanza Ariana che lo ha preso di punta, o collaborare impersonando un semimitico spacciatore di droga per incastrare gli altri contatti del suo giro, data la rassomiglianza impressionante.

Da qui scaturisce una girandola di malintesi, paradossi, incomprensioni e misteri capaci di far leggere questo volumetto in tre o quattro sedute al gabinetto o poco più, se siete il genere: non di rado mi ha strappato una risata, dato che le situazioni che si vengono a creare sono davvero incredibili, e Winslow gioca coi suoi personaggi come farebbe un dio cattivo dei fumetti, tipo, un Garth Ennis.

Ergo: fate buon uso del consiglio.

Dalle note de “L’inverno di Frankie Machine” apprenderete semmai come De Niro abbia opzionato i diritti del libro per farne un film (che non si è mai visto, purtroppo, ma sarebbe strepitoso); dalle note di questo saprete che anche qui i diritti sono stati già acquisiti dal cinema, per poi scoprire (gosh!) che il film è già stato realizzato, nel 2007.

Non ci si può distrarre un attimo.

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Platone è meglio del Prozac. Il sesso è meglio del Prozac. Il sesso è meglio di Platone.

La prima volta che l’ho incontrato, è stato sugli scaffali della bellissima biblioteca municipale di Guastalla, ben fornita di libri e dischi, e popolata da bibliotecarie belle e gentilissime.

Con un titolo così, “Platone è meglio del Prozac”, non poteva passare inosservato.

Io al Prozac ci sono passato vicinissimo. Mi sono detto, dai, proviamo anche il succedaneo di Platone, e vediamo che succede.

Sono arrivato più o meno alla decima pagina, prima che un sonno sconvolgente mi portasse via. FUNZIONA!

Ci sono ricascato con “Le pillole di Aristotele”. Nuovo tentativo, e nuovo effetto soporifero.

Insomma, Lou Marinoff mi ero convinto avesse realizzato il sogno di tutti i farmaceutici: un potente farmaco sedativo senza ricadute epatiche.

Giocoforza, quando ho visto in esposizione a Cavriago “Aristotele. Buddha. Confucio. Per essere felici ora”, mi sono detto, evvai! E’ il mio! Non solo voglio dormire meglio, ma voglio pure essere felice!

(Sì, io ho ambizioni strampalate, perdonatemi).

Naturalmente, come ogni buon libro di saggistica statunitense che si rispetti, su 542, le prime circa 350 pagine sono un po’ una premessa.

Cosa volete che siano! Poi si entra subito nel vivo del discorso!

E infatti.

Marinoff entra in campo a forze spiegate, applicando il suo straordinario metodo ABC a tutto lo scibile umano nel quale possano riscontrarsi conflitti tra quello che viviamo (o sentiamo, o pensiamo), e quello che E’.

 

(A proposito: c’è quello che E’, e quello che PENSIAMO ci sia. Se ci si concentra troppo sul secondo versante, si diventa nevrotici, e più in là psicotici duri. Se ci si concentra troppo sull’altro, si diventa cinici, non si tromba più, non ci si diverte più con la televisione e con le barzellette. Il problema è che il nostro sistema di percezione è mediato dal sistema che abbiamo sviluppato per sognare, e non viceversa; in sistesi, noi la Realtà ce la IMMAGINIAMO. Lo so, è un casino).

 

Tornando a Marinoff, cosa fa il furbone? Applica i sistemi filosofici di ABC per risolvere tutti i problemi classici che l’umanità si pone da sempre: il senso della vita, la giustezza della guerra, la speranza di trombare, l’allevamento degli ermellini, come sopportare la suocera, e via di questo passo.

E fin qui.

Il problema è che Marinoff commette due errorini di percorso, in questo frangente.

Il primo è evitare accuratamente di fare del proprio libercolo un agile manualetto salvavita di equilibrio esistenziale. Avrebbe potuto essere semplicissimo e funzionare così:

PREMESSA – “Caro/a mio/a, tu soffri come un cane perchè non sai che pesci pigliare. Ci sono 28 problemi tipo, appena te ne capita uno apri alla pagina XY e trovi una soluzione pratica. Andrà tutto bene, non ti lascio solo. Un abbraccio, tuoi, Aristotele, Buddha, Confucio, Lou.”

SVOLGIMENTO -

Problema. “Cari ABC Lou, mi ha corteggiato/a per mesi, poi abbiamo consumato, e ora non mi vuole più vedere perchè vive una vita complicata e mi farebbe soffrire. Che devo fare?”

Soluzione.

Aristotele-E’ matematico, digli/le di andare a cagare.

Buddha-La vita è già sofferenza, senza che te ne cerchi altra. Mandalo/a cagare.

Confucio-Mandalo/a cagare lui/lei e i suoi antenati, con rispetto per gli antenati.

Facile, no?

Invece, lui no. Lui, pontifica, evidentemente si è messo in testa di essere la discendenza naturale dei tre sopracitati, e scrive scrive scrive cose genericissime e generalissime con le quali è difficile non andare d’accordo, per un pubblico immaginario di moltitudini acclamanti. E alla fine, opppsss, scopri che non t’ha detto proprio niente. Anche qui, niente di nuovo sotto il sole (la saggistica americana è spessissimo così).

Il secondo problema è persino più grave.

Marinoff, dimenticandosi di avere una responsabilità ideale nei confronti dei propri lettori, cosa fa? Comincia ad ammannire sue particolari (discutibilissime) opinioni come se fossero analisi concrete e indiscutibili.

Come in sogno, potrete perciò leggere passi in cui, mentre si prepara a fornire a voi un equilibrio sull’argomento, fa discendere il problema del conflitto ideologico tra Islam e Occidente da una lotta di sistemi di pensiero (e già, potrei dirgliene non 4, 8, sul fatto che la gente vuole mangiare, al di là dei sistemi di pensiero), in bilico tra l’estremismo orientale che vuole distruggere il sistema americano (evidentemente, per Marinoff parafrasi riassuntiva dell’intero Occidente), e l’estremismo americano interno, che nasce da un sistema universitario liberale in cui vengono formate legioni di oppositori sciamannati a un sistema ortodosso e tradizionale sano e buono.

Non vi dico altro sugli altri argomenti, perchè se volete leggerlo dovete farvi male da voi stessi.

Mi limito a osservare che questi sciocchi, viziati, immaturi estremisti interni magari protestano contro un sistema tradizionale e ortodosso che drena le risorse da tutto il pianeta militarmente in barba a qualunque regola sociale, morale e politica, ottenendo come risultato una nazione in cui i medici africani vengono a studiare malattie endemiche da povertà assoluta che nei loro paesi terzomondisti sono state debellate anni fa.

Insomma: seguo il metodo ABC, e penso, con la benedizione di Aristotele, Buddha e Confucio (mica cotica!) di poter equilibratamente affermare che a me Marinoff pare un cretino venditore di fuffa.

 

 

 

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Vedova matura 43enne, calda, vogliosa.

Sandra vedova matura 43enne per giovani uomini. Sono una donna affascinante calda vogliosa di provare carne fresca per pura evasione. kiamami 899022368 baci

A me arrivano sms così.

Ok, la prima domanda è: perchè chiami me se hai voglia di carne fresca? Voglio dire: sono un 43enne pure io, e certi giorni non mi sento nemmeno conservato poi così bene.

La seconda è: ma il mio numero, chi te l’ha dato? Ah già, sono su Facebook.

La terza, allora. Perchè non puoi usare il ch come tutti gli italiani normalmente scriventi? Voglio dire; di cazzate ne hai già scritte tante, non mi sembra che il problema stia nel risparmio di una consonante, no?

La quarta. E’ un 899, numero al quale se rispondi non solo se va bene dall’altra parte ci trovi una centralinista esperta nel far sprecare tempo (quando non addirittura un risponditore automatico), ma per giunta la telefonata passa da Tuvalu o simili ameni posti turistici dall’altra parte del globo, facendo lievitare la bolletta in modo esponenziale.

Ah, già, la domanda. Ma c’è ancora chi ci casca?

 

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LA BELLE DAME SANS MERCI

Cosa vi affligge, cavaliere in armi, mentre vagate pallido e solo?

Il giunco è avvizzito in riva al lago, e nessun uccello canta.

Cosa vi affligge, cavaliere in armi, così perso e così desolato?

Piena è la tana della scoiattolo ed il raccolto è fatto.

Vedo un giglio sulla vostra fronte umido d’angoscia e di rugiada di febbre, e sulla vostra guancia v’è una rosa morente sfiorita troppo in fretta.

Incontrai una dama nei prati, piena di bellezza, forse figlia di una fata; i suoi capelli erano lunghi, il suo passo leggero, il suo sguardo selvaggio.

Intrecciai una ghirlanda per la sua testa, braccialetti pure, e una cintura profumata; lei mi guardò come se mi amasse, ed emise un dolce gemito.

La posi sul mio destriero al passo, e altro non vidi per tutto il giorno, perchè lei dondolandosi cantava una canzone incantata.

Trovò in me radici di dolce sapore, miele silvestre e rugiada di manna, ed era chiaro che in una strana lingua mi diceva: “Io vi amo veramente”.

Mi condusse nella sua grotta fatata, e lì pianse e sospirò addolorata, e allora io chiusi i suoi occhi selvaggi, con quattro baci.

Lì lei mi cullò fino al sonno, e io sognai – ah! Me sciagurato!

Sognai l’unico sogno possibile sul fianco della gelata collina.

Vidi cerei principi, Re, e guerrieri, tutti di un pallore mortale; loro gridavano: “La bella dama senza pietà ha ormai in pugno la vostra sorte!”.

Vidi le loro labbra affamate nel crepuscolo spalancate in un orribile avvertimento, così mi svegliai e mi ritrovai qui sul fianco della gelida collina.

Questo è il motivo per il quale vivo qui, e vago pallido e solo, anche se il giunco è avvizzito in riva al lago, e nessun uccello canta.

 

John Keats

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Smetto quando voglio.

24/3/2012, ore 10.14

La Biblioteca di Santa Croce è solo una delle 5 municipali della città, e non la più grande, o la meglio fornita;

ultima in ordine di apparizione, si difende bene, ma nulla a che vedere con la specializzazione, poniamo, di San Pellegrino, o l’opulenza della centrale, la maestosa Panizzi.

Ad ogni modo, non è la più scomoda da raggiungere, in auto, e questo fa sì che di tanto in tanto (ehm, ogni mese) io le dedichi un viaggetto extra, anche se ho già in casa quei 20 libri da leggere.

Però, tenere d’occhio tutte le scadenze è una scadenza molto impegnativa.

E ho deciso di smettere.

Sì, adesso riporto addirittura IN ANTICIPO i libri presi in prestito, e poi BASTA.

 

24/3/2012, ore 11.39

E’ che la bacheca delle novità non  era poi curatissima, oggi, però “Agguato all’incrocio”, di Dale Furutani, mi incuriosiva.

Ma poi, il viaggio devi farcelo comunque, e se ne devi riportare uno, tante vale riportarne due.

Allora, prendiamo un audiolibro, va.

“I Miserabili”, leggerlo, non ho mai avuto voglia. Ascoltiamolo un po’.

Oh, guarda. Ho la K giusto in faccia!

No, King no, non tentiamo di nuovo la fortuna.

Però, Gerald Kersh, “La notte e la città”, ma sarà vero che è uno scrittore amato da Lansdale, Moorcock…eh?

No, Kerr no, la Trilogia Berlinese è bella, ma l’ho riletta che sarà poco, neanche un anno.

E Kellerman? Sempre bravo. No, questol’ho letto. Questo anche.

Questo…”Il carnefice”…porca eva, è Katzenbach, John, ma ormai l’ho preso…

E, toh, la Sue Kaufman di “Diario di una casalinga disperata”.

Poi, come mi giro, la L di Lansdale, giustappunto, “Il valzer dell’orrore”, mi sembra di non averlo ancora letto.

E questo M di Milton, Giles? “La colonia perduta”? Parla del disordine in bagno? E’ l’autore de “L’isola della noce moscata”, che non sono mai riuscito a leggere. Magari, stavolta sarò più fortunato.

Ok, dai, basta, usciamo.

Ma “Il turco a Vienna” di Cardini parla dell’assedio del 1683, e non ho mai approfondito l’argomento. Via, anche questo.

Beh, fatto 7, tanto vale fare 8.

Il saggio di Manchette “Le ombre inquiete”.

E mentre esco, c’è il totem dei libri in dono alla Biblioteca che la stessa non può tenere, che sono lì per farsi rubare. “Perfeziono lo yoga” di Van Lysebeth, uhm, beh, mah…ma sì, a casa ho già il vetustissimo primo volume, “Imparo lo yoga”.

Erh…

Ma no, dai, però.

In fondo, smetto quando voglio.

 

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22/11/63, di Stephen King – quasi ottimo

Era un bel pezzo che non frequentavo lo Strabicone del Maine.

L’ultimo romanzo che avevo letto era “Cell”, che oltre a presentare numerosi punti di contatto con il chilometrico “L’Ombra dello Scorpione” (primo libro di Stephen King letto dal sottoscritto, prima volta in cui mi sono detto: ma che cazzo di finale è?), presentava anche gli evidentissimi crismi del bidone DOC.

Prima ancora c’era stato il tentativo di lettura de “I Vendicatori”, e poi, non sapendo che sono “romanzi gemelli”, di “Desperation”: due bidoni al prezzo di uno, col primo propinato con lo pseudonimo di Richard Bachman a rompere una tradizione di romanzi molto tosti (e chi ha letto “La lunga marcia” sa di cosa parlo).

Ancora prima, “Cuori in Atlantide”, e beh, insomma, capite anche voi che per uno che stimava King come Homo Superior è stato un calvario mica da ridere.

Quando mi hanno consigliato di leggere “22/11/63″ ho risposto prontamente come la signora degli scambi di fustino di detersivo: NO GRAZIE, e ho tirato dritto.

Salvo poi trovarmelo sui denti alla Municipale di Cavriago, perfettamente gratis, fresco d’acquisto, e con un tema diverso graziaddio dai soliti suoi;

per cui, una mano sulla coscienza, e me lo sono portato a casa.

L’ho finito in 3 giorni, durante i quali, capite bene, avevo anche qualcosa d’altro da fare.

 

Il fatto è che per una volta, e si spera ancora in futuro, King ha recuperato l’abitudine di scrivere; o forse, ha cambiato ghost writer, o ha licenziato quello che scriveva per lui, vallo a capire.

Uh, Ha.

In ogni caso mi sono trovato di fronte a un libro almeno altrettanto buono de “Il Miglio Verde”, che dopo i tonfi recenti (l’orribile “On Writing”, che non insegna proprio un cacchio a nessuno salvo alcune notazioni autobiografiche interessanti, ivi compreso) non è per niente un cattivo risultato, eh?

L’azione comincia immediatamente, non più tardi della quarta o quinta pagina (che di solito si saltano: a chi interessano tutti i tic dei suoi monotoni personaggi? Suvvia), con un tema che King non tocca spessissimo: anzichè l’irruzione di Qua, abbiamo stavolta il Di Qua che passa nell’Altrove.

Il protagonista della vicenda, cioè, si trova a viaggiare in un altro mondo (qualcuno ricorda lo strano “Il Talismano”, scritto con Peter Straub?);

ed esito a definirlo viaggiatore del tempo, perchè sarà chiaro al lettore che si tratta in fin dei conti di una vera e propria Ucronia (cercatevelo su Wikipedia, vergogna!).

Come si legge? Tutto d’un fiato. Io ho faticato a non andare alla fine, perchè non reggevo la tensione (sì, lo so, sono problemi), anche se poi arrivati al finale ci imbattiamo in uno dei soliti problemi dello scrittore: una chiusa debole, a tratti incoerente e persino lacunosa.

Nel complesso, comunque, si tratta di una ventina di pagine debolucce su 600 e più ottime, quindi, il gioco vale veramente la candela.

King covava questo romanzo dal ’72, come dice nella copiosa postfazione, ma lo aveva messo in un cassetto perchè il corpus delle ricerche da svolgere era troppo grande.

Gli crediamo?

Boh.

Di certo da quel cassetto ha pescato tantissime volte, e con esiti meno soddisfacenti.

Come al solito, la cosa in cui eccelle non è il soprannaturale, o il mistero, o chissà che; no, in effetti è proprio quella tensione tra il quadro di un microcosmo idilliaco, innocente, familiare, perso nella nostalgia del passato (avete letto “The Body”, altresì conosciuto al cinema come “Stand By Me – Ricordo di un’estate” ?) e l’improvvisa violenza insensata che può scaturirne da un istante all’altro. La gioventù, l’amore, la pazzia e la morte a braccetto sullo stesso calesse.

Si tratta, come è ovvio, di mementi autobiografici dello scrittore, che si ripropongono di continuo nei suoi libri come la caponata nell’esofago.

Derivano tutti dal periodo in cui, disperato per non riuscire a sfondare come scrittore, beveva come una spugna e pestava, o avrà sognato varie volte di farlo, moglie e figlio;

è una scena che ritorna ovunque, qui come in “La metà oscura” o nel più famoso “Shining”, evidentemente un demone dal quale non riesce ad affrancarsi e che lo motiva, oltre la catarsi.

King è uso cannibalizzare più e più volte i canovacci propri e altrui, del resto.

Oltre a quanto appena detto, i lettori meno disattenti che abbiano anche letto “It” troveranno un vero e proprio inserto anche un po’ fuori luogo (non è la prima volta che lo fa: nel ciclo della Torre Oscura, su 7 libri, almeno 2 sono interamente riattati in questo modo più o meno orrendo).

E veniamo infine al background.

Una delle maggiori fortune editoriali di King è stata, per molti versi, la sostanziale ignoranza del genere dei suoi lettori, che hanno attribuito spesso allo scrittore una creatività incredibile e poliedrica, senza rendersi conto, per mancanza di riferimenti culturali, che in genere lui è abilissimo a prendere vecchie storie altrui, o vecchie atmosfere, e a rimetterle in gioco.

Così, chi si trovasse a leggere “A volte ritornano”, ancora per me la sua miglior raccolta nonostante tanta acqua passata sotto ai ponti, troverebbe veri e propri tributi a Bloch, Machen, Lovecraft, Bradbury, e molti altri ancora (in effetti, in quella raccolta, c’è ben poco che possa definirsi squisitamente suo).

Stavolta le sue coordinate sono da lui tracciate con generosità nei confronti di Jack Finney e del suo romanzo “Indietro nel tempo”, che sicuramente ha fornito qualcosa di più della nuda idea al nostro amato strabicone, e qua e là nel testo troverete un altro riferimento cruciale allo splendido racconto “Rumore di tuono”, di Bradbury.

Meno generoso è stato tuttavia nei confronti di altri due autori che SICURAMENTE ha letto e digerito più volte.

Mi riferisco all’eccellente racconto “Cerca di cambiare il passato”, di Fritz Leiber, e del racconto “Effetto valanga”, di Mack Reynolds.

Se li ho letti io, e sono indimenticabili, è impossibile che non li abbia letti lui pure.

Volete sapere di cosa parlano?

EEEEHHHHHHHHHHH!

Curiosi! Cercate!!!

 

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