Era un bel pezzo che non frequentavo lo Strabicone del Maine.
L’ultimo romanzo che avevo letto era “Cell”, che oltre a presentare numerosi punti di contatto con il chilometrico “L’Ombra dello Scorpione” (primo libro di Stephen King letto dal sottoscritto, prima volta in cui mi sono detto: ma che cazzo di finale è?), presentava anche gli evidentissimi crismi del bidone DOC.
Prima ancora c’era stato il tentativo di lettura de “I Vendicatori”, e poi, non sapendo che sono “romanzi gemelli”, di “Desperation”: due bidoni al prezzo di uno, col primo propinato con lo pseudonimo di Richard Bachman a rompere una tradizione di romanzi molto tosti (e chi ha letto “La lunga marcia” sa di cosa parlo).
Ancora prima, “Cuori in Atlantide”, e beh, insomma, capite anche voi che per uno che stimava King come Homo Superior è stato un calvario mica da ridere.
Quando mi hanno consigliato di leggere “22/11/63″ ho risposto prontamente come la signora degli scambi di fustino di detersivo: NO GRAZIE, e ho tirato dritto.
Salvo poi trovarmelo sui denti alla Municipale di Cavriago, perfettamente gratis, fresco d’acquisto, e con un tema diverso graziaddio dai soliti suoi;
per cui, una mano sulla coscienza, e me lo sono portato a casa.
L’ho finito in 3 giorni, durante i quali, capite bene, avevo anche qualcosa d’altro da fare.

Il fatto è che per una volta, e si spera ancora in futuro, King ha recuperato l’abitudine di scrivere; o forse, ha cambiato ghost writer, o ha licenziato quello che scriveva per lui, vallo a capire.
Uh, Ha.
In ogni caso mi sono trovato di fronte a un libro almeno altrettanto buono de “Il Miglio Verde”, che dopo i tonfi recenti (l’orribile “On Writing”, che non insegna proprio un cacchio a nessuno salvo alcune notazioni autobiografiche interessanti, ivi compreso) non è per niente un cattivo risultato, eh?
L’azione comincia immediatamente, non più tardi della quarta o quinta pagina (che di solito si saltano: a chi interessano tutti i tic dei suoi monotoni personaggi? Suvvia), con un tema che King non tocca spessissimo: anzichè l’irruzione di Qua, abbiamo stavolta il Di Qua che passa nell’Altrove.

Il protagonista della vicenda, cioè, si trova a viaggiare in un altro mondo (qualcuno ricorda lo strano “Il Talismano”, scritto con Peter Straub?);
ed esito a definirlo viaggiatore del tempo, perchè sarà chiaro al lettore che si tratta in fin dei conti di una vera e propria Ucronia (cercatevelo su Wikipedia, vergogna!).
Come si legge? Tutto d’un fiato. Io ho faticato a non andare alla fine, perchè non reggevo la tensione (sì, lo so, sono problemi), anche se poi arrivati al finale ci imbattiamo in uno dei soliti problemi dello scrittore: una chiusa debole, a tratti incoerente e persino lacunosa.
Nel complesso, comunque, si tratta di una ventina di pagine debolucce su 600 e più ottime, quindi, il gioco vale veramente la candela.
King covava questo romanzo dal ’72, come dice nella copiosa postfazione, ma lo aveva messo in un cassetto perchè il corpus delle ricerche da svolgere era troppo grande.
Gli crediamo?
Boh.
Di certo da quel cassetto ha pescato tantissime volte, e con esiti meno soddisfacenti.
Come al solito, la cosa in cui eccelle non è il soprannaturale, o il mistero, o chissà che; no, in effetti è proprio quella tensione tra il quadro di un microcosmo idilliaco, innocente, familiare, perso nella nostalgia del passato (avete letto “The Body”, altresì conosciuto al cinema come “Stand By Me – Ricordo di un’estate” ?) e l’improvvisa violenza insensata che può scaturirne da un istante all’altro. La gioventù, l’amore, la pazzia e la morte a braccetto sullo stesso calesse.
Si tratta, come è ovvio, di mementi autobiografici dello scrittore, che si ripropongono di continuo nei suoi libri come la caponata nell’esofago.
Derivano tutti dal periodo in cui, disperato per non riuscire a sfondare come scrittore, beveva come una spugna e pestava, o avrà sognato varie volte di farlo, moglie e figlio;
è una scena che ritorna ovunque, qui come in “La metà oscura” o nel più famoso “Shining”, evidentemente un demone dal quale non riesce ad affrancarsi e che lo motiva, oltre la catarsi.
King è uso cannibalizzare più e più volte i canovacci propri e altrui, del resto.
Oltre a quanto appena detto, i lettori meno disattenti che abbiano anche letto “It” troveranno un vero e proprio inserto anche un po’ fuori luogo (non è la prima volta che lo fa: nel ciclo della Torre Oscura, su 7 libri, almeno 2 sono interamente riattati in questo modo più o meno orrendo).
E veniamo infine al background.
Una delle maggiori fortune editoriali di King è stata, per molti versi, la sostanziale ignoranza del genere dei suoi lettori, che hanno attribuito spesso allo scrittore una creatività incredibile e poliedrica, senza rendersi conto, per mancanza di riferimenti culturali, che in genere lui è abilissimo a prendere vecchie storie altrui, o vecchie atmosfere, e a rimetterle in gioco.
Così, chi si trovasse a leggere “A volte ritornano”, ancora per me la sua miglior raccolta nonostante tanta acqua passata sotto ai ponti, troverebbe veri e propri tributi a Bloch, Machen, Lovecraft, Bradbury, e molti altri ancora (in effetti, in quella raccolta, c’è ben poco che possa definirsi squisitamente suo).
Stavolta le sue coordinate sono da lui tracciate con generosità nei confronti di Jack Finney e del suo romanzo “Indietro nel tempo”, che sicuramente ha fornito qualcosa di più della nuda idea al nostro amato strabicone, e qua e là nel testo troverete un altro riferimento cruciale allo splendido racconto “Rumore di tuono”, di Bradbury.
Meno generoso è stato tuttavia nei confronti di altri due autori che SICURAMENTE ha letto e digerito più volte.
Mi riferisco all’eccellente racconto “Cerca di cambiare il passato”, di Fritz Leiber, e del racconto “Effetto valanga”, di Mack Reynolds.
Se li ho letti io, e sono indimenticabili, è impossibile che non li abbia letti lui pure.
Volete sapere di cosa parlano?
EEEEHHHHHHHHHHH!
Curiosi! Cercate!!!
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